LA NEGOZIAZIONE ASSISTITA NELLA SEPARAZIONE E NEL DIVORZIO.

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La negoziazione assistita è uno strumento per la risoluzione alternativa delle controversie introdotto dal D. l. 132/2014 poi convertito nella L. 162/2014 con l’obiettivo di dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”.

Consiste in un accordo (o convenzione) con cui le parti tra cui è sorta una controversia si impegnano a risolverla bonariamente in via stragiudiziale con l’assistenza di avvocati senza andare davanti al Giudice.

L’art. 6 della citata legge consente di usare questo strumento di risoluzione alternativa delle controversie anche in materia di famiglia.

La coppia che consensualmente vuole separarsi o divorziare non dovrà piu necessariamente rivolgersi al giudice, ma avrà la possibilità di scegliere tra le seguenti strade:

  1. presentare un ricorso congiunto al Tribunale e ottenere l’omologa della separazione,
  2. presentare un ricorso congiunto ed ottenere la sentenza che pronuncia lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili,
  3. oppure scegliere la negoziazione assistita da avvocati (art. 6, D.L. 132/2014)
  4.  o la conclusione di un accordo presso l’ufficio dello Stato Civile, in presenza di determinate condizioni (art. 12). Ne abbiamo già parlato in altro articolo.

Lo strumento della negoziazione assistita prevista dall’art. 6 può essere quindi usato per concordare

  • una soluzione consensuale di separazione personale tra coniugi,

  • di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio (nei casi di cui all’art. 3, 1° comma, n. 2, lett. b) della l. n. 898/1970),

  • di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio precedentemente stabilite.

Tale strumento è utilizzabile sia in assenza che in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

Nel primo caso l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita e’ trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarita’, comunica il nullaosta agli avvocati, i quali dovranno trasmettere, entro il termine di dieci giorni, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, copia autenticata dell’accordo.

Nel secondo caso l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso entro il termine di dieci giorni al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza.

Quando ritiene che l’accordo non risponda all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti.

Una volta autorizzato, l‘accordo è equiparato ai provvedimenti giudiziali di separazione, divorzio o modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Gli avvocati che assistono le parti (almeno uno per parte) hanno il potere di autentica e di certificazione delle sottoscrizioni autografe delle parti, della dichiarazione di mancato accordo, nonché della conformità della convenzione alle norme imperative e all’ordine pubblico.

 

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LibreOffice e gli altri programmi liberi per lo studio legale

photo by Valentina Carollo

Il processo telematico richiede che gli avvocati utilizzino sempre di più la tecnologia e si sappiano destreggiare nell’utilizzo di computer e software.

La commissione informatica dell’Ordine degli avvocati di Rovereto, oltre ai convegni sul processo telematico, organizza incontri  di informatica giuridica e con taglio più pratico.

L’ultimo incontro voleva far conoscere i software open source (ed altri software utili) che si possono utilizzare negli studi legali, con particola attenzione a LibreOffice.

Sopra, la foto mentre parlo, sotto le slides con cui ho cercato di spiegare che open source non vuol dire solo “gratis”.

 

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La responsabilità della scuola per i danni subiti dal minore durante l’orario scolastico.

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Photo by Luigi Mengato 

La responsabilità della scuola è sia extracontrattuale, in forza dell’art. 2048 c.c., sia contrattuale e cioè fondata sull’inadempimento dell’obbligo di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità degli allievi che incombe sull’istituto scolastico in forza del contratto sorto per c.d. contatto sociale.

In merito alla responsabilità contrattuale la Suprema Corte (Cass. Sez. Un. 27.06.2002, nr. 9346,in Resp. civ. Prev., 2002, 1012) ha affermato che “l’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’allievo alla scuola, determina l‘instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso; e che – quanto al precettore dipendente dell’istituto scolastico – tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico, nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona”, principio applicabile anche al caso in cui il danno sia procurato dal fatto illecito di un alunno a danno di altro alunno.

La differenza fra i due tipi di responsabilità riguarda l’onere della prova.

Mentre se si invoca la responsabilità contrattuale i genitori del minore devono provare “che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto” e la colpa del precettore nella custodia e vigilanza del minore mentre spetta al debitore dell’obbligo di protezione dimostrare “che l’evento dannoso è stato determinato da causa a lui non imputabile”, se si invoca la responsabilità extracontrattuale i genitori dovranno dimostrare solo che l’infortunio si è verificato durante il tempo in cui l’allievo è sotto la vigilanza della scuola. Non incombe sugli stessi l’onere probatorio della colpa del precettore nella custodia e vigilanza del minore, essendo piuttosto quest’ultimo tenuto a dimostrare “di non aver potuto impedire il fatto”.

A ben vedere la differenza tra la responsabilità contrattuale e quella extracontrattuale a norma dell’art. 2048 c.c. attiene al concreto contenuto della prova liberatoria concessa alla scuola dovendo la stessa dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile all’istituto, nel primo caso e, invece, di non aver potuto impedire il fatto, nel secondo.

Sennonché è proprio sotto questo profilo che l’elaborazione giurisprudenziale ha ridotto le distanze rispetto alla responsabilità contrattuale, non essendo più ritenuta sufficiente la prova che il fatto dannoso non era in concreto evitabile nonostante l’osservanza dell’obbligo di diligenza (così ancora Cass., 10.10.2008, n. 24997, rv. 605057). Infatti, la giurisprudenza non si accontenta della prova negativa di non aver potuto impedire il fatto ma esige la prova positiva di aver adeguatamente educato e di aver esercitato sugli alunni una vigilanza adeguata.

Pertanto “per superare la presunzione di responsabilità che ex art. 2048 c.c. grava sull’insegnante per il fatto illecito dell’allievo, non è sufficiente per detto insegnante la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l’inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno, ma è necessario anche dimostrare di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi della serie causale” (cfr., per tutte, Cass., 22.04.2009, n. 9542, rv. 607970).

In altri termini l’Amministrazione scolastica deve dimostrare per liberarsi dalla responsabilità di aver adottato le misure organizzative idonee per mantenere la disciplina fra gli allievi ed in particolare nei momenti di maggiore esuberanza e quindi di maggior rischio di incidenti.

In forza di ciò la Cassazione ha più volte riconosciuto la responsabilità degli Istituti scolastici anche con riferimento ad eventi dannosi procurati da azioni illecite repentine ed improvvise che sono state, tuttavia, ritenute comunque prevedibili, appunto in relazione alla mancata adozione delle opportune misure disciplinari od organizzative, idonee ad evitare il danno.

Così è stata ritenuta responsabile la Scuola in caso di scontro tra alunni nel cortile durante la ricreazione, uno dei quali sbucato da dietro un muretto perché rincorso da un compagno e nonostante la presenza dell’insegnante.

La Corte, in applicazione dei principi sopra esposti, ha escluso che la sola presenza dell’insegnante nonché la generica esortazione agli alunni di “non correre troppo” fosse sufficiente ad esonerare da responsabilità l’Istituto scolastico, perché il fatto che il ragazzo investitore fosse sbucato da dietro un muretto situato nel cortile dimostrava che “la situazione all’interno del cortile della scuola era tutt’altro che sotto controllo” (cfr. Cass. 09.05.2016, n. 9337, rv. 639666).

L’obbligo di vigilanza si protrae per tutto il tempo dell’affidamento dell’alunno all’istituzione scolastica e quindi dal momento dell’ingresso nei locali e pertinenze della scuola sino al momento dell’uscita, ed anche al di fuori dell’orario scolastico se è stato consentito l’ingresso anticipato nella scuola o la sosta successiva, compresi quini non solo le attività strettamente didattiche ma anche la ricreazione, lo spostamento da un locale all’altro della scuola, la mensa, i viaggi di istruzione e quant’altro.

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Sicurezza e privacy nei servizi di messaggistica

Eyes

Photo by Demietrich Baker

Un approfondimento per gli attivisti di Amnesty International Rovereto e Alto Garda, partendo da un rapporto di Amnesty International.

 

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L’Italia non ha ancora una legge contro la tortura!

Qual’è la posizione dell’Italia rispetto alla tortura?
E perché in Italia non è ancora stata introdotta una norma che punisca la tortura?

Di http://www.fdrlibrary.marist.edu/photos.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=727689
Di http://www.fdrlibrary.marist.edu/photos.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=727689

La tortura è un reato terribile che viene commesso da un pubblico ufficiale che infligge intenzionalmente sofferenze fisiche o mentali alla vittima.
Malgrado ciò, nel codice penale italiano non è ancora prevista una norma che preveda e punisca il reato di tortura.

L’Italia ha peraltro sottoscritto vari accordi internazionali che condannano la tortura.
Si possono ricordare:

– la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (adottata nel 1950) il cui art. 3 recita

Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.

– il Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottata nel 1966) il cui art. 7 recita

Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.

Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (adottata nel 1984).
Questa convenzione contiene all’art. 1 una precisa definizione di tortura che non era presente nei precedenti documenti, specificando che si parla di tortura quando:

  • vengono inflitte forti dolori o sofferenze fisiche o mentali;
  • allo scopo di ottenere informazioni o confessioni, di fare pressioni sulla vittima, di punire la vittima o per motivi discriminatori;
  • tali sofferenze sono intenzionali;
  • tali sofferenze sono inflitte da una persona che agisce a titolo ufficiale o per istigazione di un pubblico ufficiale o con il consenso espresso o tacito di un pubblico ufficiale

Articolo 1.
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

2. Tale articolo non reca pregiudizio a qualsiasi strumento internazionale o a qualsiasi legge nazionale che contenga o possa contenere disposizioni di più vasta portata.

– La Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (adottata nel 1987) che istituisce un comitato con poteri di controllo.

Articolo 1.
È istituito un Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (qui di seguito denominato: “il Comitato”). Il Comitato esamina, per mezzo di sopralluoghi, il trattamento delle persone private di libertà allo scopo di rafforzare, se necessario, la loro protezione dalla tortura e dalle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Articolo 2.
Ciascuna Parte autorizza il sopralluogo, in conformità con la presente Convenzione, in ogni luogo dipendente dalla propria giurisdizione nel quale vi siano persone private di libertà da un’Autorità pubblica.

Infine, non si può dimenticare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948) che all’art. 5 proclama:

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Malgrado tali impegni internazionali, l’Italia non ha ancora previsto uno specifico reato di tortura. Tale mancanza appare non solo inaccettabile dal punto di vista morale, ma costituisce una violazione dell’art. 2 della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che impone ad ogni Paese di adottare norme che impediscano che nel suo territorio si pratichi la tortura.

L’Italia si difende da questa accusa sostenendo che non è necessaria una norma specifica, dato che nel codice penale italiano vi sono norme che possono raggiungere lo stesso scopo.

Ma è proprio così?

Per i giudici europei (in particolare per la Corte di Giustizia di Strasburgo), le norme italiane non sono sufficienti.

Il 7 aprile 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per non aver ancora previsto il reato di tortura (causa Cestaro c. Italia – Ricorso n. 6884/11).

I fatti: il ricorrente  sig. Cestaro, si era rivolto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo invocando l’articolo 3 della Convenzione (che vieta la tortura) e lamentando di essere stato vittima di violenze e sevizie, che secondo lui potevano essere qualificate tortura, nel corso dell’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz-Pertini nel corso del G8 tenutosi a Genova nel 2001.
Lamentava, poi, che lo Stato Italiano, astenendosi dal punire qualsiasi atto di tortura e dal prevedere una pena adeguata per un delitto di questo tipo, non ha adottato le misure necessarie per prevenire e poi sanzionare le violenze e gli altri maltrattamenti denunciati.

Come si è difesa l’Italia da questa pesante accusa?

L’Italia sostiene che l’articolo 3 della Convenzione non obbliga gli Stati contraenti a prevedere, nel loro ordinamento giuridico, un reato ad hoc e che, pertanto, essi sono liberi di perseguire i maltrattamenti vietati dall’articolo 3 per mezzo della loro legislazione.

E nel caso di specie, l’Italia è del parere che i responsabili dei maltrattamenti dal ricorrente siano stati pienamente perseguiti facendo riferimento ai vari reati previsti dalla legislazione penale italiana (in particolare il reato di lesioni personali aggravate).

Decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In primo luogo la Corte ritiene che i maltrattamenti subiti dal Cestaro durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini debbano essere qualificati come «tortura» nel senso dell’articolo 3 della Convenzione.

Per arrivare a tale conclusione si basa anche sulla sentenza emessa dalla Corte di Cassazione Italiana che aveva stabilito che le violenze subite dal Cestaro e dalle altre persone presenti nella scuola Diaz potevano definirsi «tortura» secondo la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti oppure dei «trattamenti inumani o degradanti» ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione.

Precisa poi, che la stessa Corte di cassazione aveva rilevato che, mancando un reato ad hoc nell’ordinamento giuridico italiano, le violenze in causa erano state perseguite come delitti di lesioni personali semplici o aggravate in relazione alla quali, in applicazione dell’articolo 157  del codice penale, era intervenuta la prescrizione nel corso del procedimento.
Dopo una lunga disamina dei fatti e dei vari gradi di giudizio susseguitisi in Italia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo conclude affermando che “in definitiva, al termine del procedimento penale nessuno è stato condannato per i maltrattamenti perpetrati nella scuola Diaz-Pertini nei confronti, in particolare, del ricorrente, in quanto i delitti di lesioni semplici e aggravate si sono estinti per prescrizione”.

Precisa che le uniche condanne confermate dalla Corte di cassazione riguardano piuttosto i tentativi di giustificazione di questi maltrattamenti e l’assenza di base fattuale e giuridica per l’arresto degli occupanti della scuola Diaz-Pertini. E ricorda che in applicazione dell’indulto approvato nel 2006, dette pene erano state ridotte di tre anni.

Di conseguenza, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ritenuto “che la reazione delle autorità non sia stata adeguata tenuto conto della gravità dei fatti. Di conseguenza ciò la rende incompatibile con gli obblighi procedurali che derivano dall’articolo 3 della Convenzione”.
Ma soprattutto la Corte stabilisce che “è la legislazione penale italiana applicata al caso  di specie a rivelarsi inadeguata rispetto all’esigenza di sanzionare gli atti di tortura in questione e al tempo stesso privata dell’effetto dissuasivo necessario per prevenire altre violazioni simili dell’articolo 3 in futuro”.
Pertanto, viene respinta la tesi dell’Italia secondo cui le norme contenute nel codice penale sono sufficienti a punire la tortura.

La Corte spiega che tali norme non sono sufficienti, perché “mancando un trattamento appropriato per tutti i maltrattamenti vietati dall’articolo 3 nell’ambito della legislazione penale italiana, la prescrizione come pure l’indulto possono in pratica impedire non soltanto la punizione dei responsabili degli atti di «tortura», ma anche degli autori dei «trattamenti inumani» e «degradanti» in virtù di questa stessa disposizione, nonostante tutti gli sforzi dispiegati dalle autorità procedenti e giudicanti”.

In sintesi, perseguire il reato di tortura applicando altre norme del diritto penale (nel caso di specie il reato di lesioni aggravate, in altri casi le norme in materia di percosse, lesioni persone, violenza privata e abuso di autorità) impediscono di perseguire i colpevoli con la necessaria severità, dato che tali norme non sono specifiche e sono normalmente applicate a reati di gravità bassa o media. Di conseguenza i colpevoli vengono ad usufruire di tutti quei meccanismi (dalla prescrizione all’indulto, ma si può pensare anche alla sospensione condizionale della pena o a misure alternative al carcere) che non rendono effettiva la pena.
In questo quadro, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ritiene necessario che l’Italia introduca il reato di tortura al fine di sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura o di altri maltrattamenti rispetto all’articolo 3 e ad impedire che questi ultimi possano beneficiare di meccanismi “premiali” previsti per reati di gravità nettamente inferiore.

Conclusione.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ritiene che sia necessario che l’Italia introduca (finalmente) il reato di tortura.

In realtà, il primo progetto di legge in tal senso risale al 1989 e sono stati presentati altri 66 disegni di legg volti ad introdurre finalmente una norma specifica contro la tortura. Senza che nessuno venisse poi approvato.

Speriamo che questa sia la volta buona.


(Elaborazione di una lezione tenuta al Liceo Maffei di Riva del Garda assieme ad altri attivisti di Amnesty International Italia, gruppo di Rovereto e Alto Garda.)

(Nessuno studente è stato torturato durante la lezione  😉 )

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Finalmente una disciplina delle convivenze!

L’aula della Camera ha approvato in via definitiva la proposta di legge S. 2081, d’iniziativa dei senatori Cirinnà ed altri, in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze.

La seconda parte del provvedimento è dedicata alla disciplina della convivenza di fatto, istituto che può riguardare tanto coppie eterosessuali quanto coppie omosessuali.

Sono definiti conviventi di fatto due persone maggiorenni, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da unione civile, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.

Il provvedimento riconosce ai conviventi di fatto una serie di diritti, tra cui: il reciproco diritto di visita, di assistenza e di accesso alle informazioni personali in ambito sanitario, analogamente a quanto previsto oggi per i coniugi e i familiari, la facoltà di designare (in forma scritta e autografa oppure, in caso di impossibilità, alla presenza di un testimone) il partner come rappresentante, con poteri pieni o limitati per l’assunzione di decisioni in materia di salute, anche in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere ovvero, in caso dimorte, per le scelte relative alla donazione di organi e alle modalità delle esequie.

In caso di morte del proprietario della casa dove risiedono i conviventi, il convivente di fatto superstite ha il diritto di abitazione per 2 anni (che diventano 3 anni in caso di coabitazione di figli minori o di figli disabili del convivente superstite) o per un periodo pari alla durata della convivenza se superiore a 2 anni, e comunque fino ad un massimo di 5 anni. Attenzione però che il diritto di abitazione viene meno se il convivente superstite cessa di abitare stabilmente nella casa o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.

In caso di locazione dell’immobile in cui abitano i conviventi di fatto, il convivente di fatto in caso di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto può succedergli nel contratto.

In ordine all’inserimento nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, il rapporto di convivenza viene equiparato a quello di coniugio ai fini di eventuali titoli o cause di preferenza nella formazione delle graduatorie stesse. I conviventi di fatto avranno quindi la stessa posizione dei coniugi.

E’ stato introdotto nel codice civile l’articolo 230-ter per disciplinare i diritti del convivente nell’attività di impresa. La nuova disposizione riconosce al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa del partner il diritto di partecipazione agli utili commisurato al lavoro prestato. Tale diritto non sussiste qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato.

E’ riconosciuta al convivente di fatto la facoltà di essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno del partner dichiarato interdetto o inabilitato o che presenti i requisiti per la nomina di un amministrazione di sostegno.

Viene equiparata la convivenza di fatto al rapporto coniugale ai fini del risarcimento del danno da fatto illecito. In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si dovranno applicare i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite. Il convivente di fatto avrà quindi gli stessi diritti del coniuge.

I conviventi potranno sottoscrivere i contratti di convivenza. Si tratta di un accordo attraverso il quale i conviventi potranno disciplinare i loro rapporti patrimoniali.

L’accordo dovrà avere la forma scritta, pena la nullità dello stesso, ossia atto pubblico o scrittura privata autenticata. In caso di scrittura privata, un notaio o un avvocato dovranno autenticare le firme e attestare la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico. Ai soli fini dell’opponibilità ai terzi, una copia dell’accordo deve essere trasmessa al comune di residenza per l’iscrizione all’anagrafe.

Attraverso tale contratto le parti potranno stabilire la comune residenza, indicare le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, scegliere il regime patrimoniale della comunione dei beni (modificabile in qualunque momento nel corso della convivenza).

Il contratto di convivenza si risolve, invece, nei seguenti casi: morte di uno dei due conviventi, recesso unilaterale o comune accordo, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed una terza persona.

In caso di cessazione della convivenza di fatto, il convivente bisognoso ha diritto a ricevere dall’altro gli alimenti ma tale diritto deve essere affermato da un giudice in presenza dei seguenti presupposti (mutuati dall’art. 438 del codice civile): il convivente versa in stato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento. La durata dell’obbligo alimentare, determinato dal giudice, è proporzionato alla durata della convivenza; la misura degli alimenti è quella prevista dal codice civile.

La riforma antepone l’obbligo alimentare dell’ex-convivente a quello che grava sui fratelli e le sorelle della persona in stato di bisogno.

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E-commerce: obbligatorio segnalare la piattaforma europea per l’ODR

Dal 15 febbraio 2016 è possibile accedere alla nuova piattaforma europea per l’ADR (Alternative Dispute Resolution) per le controversie relative agli acquisti effettuati on-line, accessibile qui.

L’ADR è un sistema alternativo di risoluzione delle controversie che non prevede il ricorso ad un Giudice.

Nel caso in esame, la procedura viene svolta on line ed è pertanto definita ODR (OnLine Dispute Resolution). Infatti tutta la procedura può essere svolta via internet e ciò appare molto utile soprattutto nel caso di acquisti trans-frontalieri.

Dal sito Internet sopra indicato, si potranno effettuare i seguetni passaggi:

  1. creazione e invio del reclamo
  2. accordo sull’organismo di risoluzione
  3. trattamento del reclamo da parte dell’organismo di risoluzione
  4. soluzione e chiusura del reclamo.

Tale priattaforma è prevista e  disciplinata dal Regolamento UE 524/2013.

L’art. 14 di tale Regolamento prevede inoltre che i professionisti che forniscono prodotti o servizi online, devono segnalare ai consumatori l’esistenza di questa piattaforma ODR ed inserire un link, facilmente accessibile, alla stessa.

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Apple, il terrorista e la privacy

Un Giudice americano ha ordinato ad Apple di collaborare con l’FBI per accedere all’iPhone 5C di un terrorista della strage di San Bernardino, al fine di

  1. bypassare la funzione di auto – cancellazione dei dati;
  2. permettere all’FBI di inserire (tentativi di) password;
  3. impedire che il software del telefono inserisca pause tra un tentativo e l’altro di password (pause che impedirebbero di accedere al telefono in tempi rapidi)

In pratica, Apple dovrebbe creare un software, una sorta di nuova versione del proprio sistema operativo, che permetta di accedere all’iPhone del terrorista e leggere i dati in esso contenuti.

Apple si è opposta a questa richiesta con una lettera aperta che è possibile leggere qui.

Si sta discutendo molto su questa decisione. Chi evidenzia l’importanza della privacy degli utenti, chi sottolinea che Apple sta difendendo più la propria immagine che la privacy degli utenti, chi – infine – vede la scelta di Apple come contraria alla lotta al terrorismo.

In realtà, le problematiche sollevate da questa decisione di Apple vanno ben oltre la singola questione dell’accesso al telefono del terrorista.

Oggi discutiamo di questa decisione di Apple e vi sono opinioni contrapposte, perché si tratta del telefono di un terrorista, di qualcuno che può essere definito “cattivo”, che si può identificare col male, mentre tutto quello che si fa per contrastare questo “male” viene percepito come “bene”.

Ed entrare nel telefono di un terrorista non viene percepito come violazione della privacy, dato che serve per raggiungere uno scopo “buono” (in realtà delle generiche indagini) e tanto… è la privacy di un terrorista.

E se Apple si rifiuta passa quasi automaticamente dalla parte dei cattivi, di quelli che non vogliono opporsi in ogni modo al “male” del terrorismo.

Apple si rende conto di questo rischio e ci tiene a precisare che è contraria agli atti di terrorismo e che ha già collaborato con le autorità e nel passato ha fornito le informazioni che gli venivano richieste.

Ma questo caso è diverso. Qui non si tratta di fornire informazioni su un terrorista. Qui si tratta di creare un software che permetta di accedere al quel singolo iPhone ed a tutti gli iPhone. Apple rifiuta la propria collaborazione in difesa dei diritti dei prorpi utenti.

Il problema però riguarda tutti e non solo gli utenti Apple. Snowden ci ha fatto conoscere le intercettazioni di massa compiute dall’NSA, e le tecniche di criptazione dei dati dei telefoni sono anche la reazione a questa indiscriminata e generalizzata violazione della privacy.

Appoggiare la scelta di Apple, significa appoggiare una scelta a favore della nostra privacy.

Come la prenderemmo se non parlassimo del telefono di un terrorista, ma del nostro telefono?

E non pensiamo di non avere nulla da nascondere. Forse che facciamo entrare degli sconosciuti in casa nostra? Forse che gli mostriamo i nostri documenti, le nostre foto, quelle dei nostri figli?

Qualcuno ha detto che si dovrebbe cercare di rendere più sicuri i telefoni dalle intrusioni degli hacker e dei terroristi, piuttosto che preoccuparsi della privacy dei telefoni dei terroristi.

Ma il problema è lo stesso. Una volta che si è reso disponibile un software che permette di accedere al telefono del terrorista, lo stesso software può essere utilizzato per accedere al nostro telefono. La tecnologia non distinge tra bene e male.

Non cadiamo quindi nel “trucco” dell’FBI che ci mostra i diritti del terrorista come qualcosa di diverso dai nostri diritti perché il terrorista è “cattivo”. I diritti non sono buoni o cattivi, non sono di serie A o di serie B a seconda delle persone cui si riferiscono. Ed il diritto del terorista – per quanto possa non farci piacere – è esattamente identico al nostro diritto ed ogni diminuzione dei diritti del terrorista è una diminuzione dei nostri diritti.

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Il macaco, il selfie ed il diritto d’autore

Macaca nigra self-portrait (rotated and cropped)
Credits: Wikimedia Di Self-portrait by the depicted Macaca nigra female; rotated and cropped by David Slater. See article. (Daily Mail) [Public domain]

Ultimamente, il diritto d’autore non rischia di far annoiare, dato che le vidende che lo vedono protagonista appaiono sempre più “strane” e paradossali.

Qualche anno fa, nel 2011, il fotografo David Slater, mentre stava fotografando un gruppo di macachi, si vide sottrarre la macchina fotografica da uno di questi che scattò alcune foto a caso e si fece anche alcuni selfie.

Uno di questi selfie venne particolarmente bene ed il fotografo, rientrato in possesso della macchina fotografica, lo pubblicò come proprio e la foto ebbe un discreto successo.

Ma di chi era la foto? Del macaco che l’aveva scattata o del fotografo proprietario della macchina fotografica?

In America hanno pensato bene di farci una causa…

La PETA – un’associazione animalista – ha fatto causa a nome del macaco al fotografo, per violazione del diritto d’autore.

Non è uno scherzo, è tutto vero. Si tratta della causa Case 3:15-cv-04324-WHO promosso avanti il Northern Distric of California.

La PETA sosteneva che il macaco aveva il diritto di esercitare il diritto d’autore nello stesso modo e con la stessa ampiezza di ogni altro autore (Naruto has the right to own and benefit from the copyright in the Monkey Selfies in the same manner and to the same extent as any other author).

La causa è durata qualche mese, con lunghi scritti delle parti coinvolte che sostenevano o negavano che un macaco potesse vantare diritti d’autore.

Pochi giorni fa, il 6 gennaio 2016, il Giudice William H. Orrick ha posto fine alla questione stabilendo che, se il Presidente ed il Congresso possono estendere la protezione della legge agli animali, non vi è alcun indizio che lo abbiano fatto per quanto riguarda la legge sul diritto d’autore (while Congress and the President can extend the protection of law to
animals as well as humans, there is no indication that they did so in the Copyright Act).

Di conseguenza, il ricorso della PETA è stato respinto.

PS: La questione non è comunque semplice: la foto in cima all’articolo è tratta da Wikimedia che ritiene che questa foto sia in pubblico dominio “in quanto frutto del lavoro di un animale non umano, non vi è alcun autore umano a cui possa applicarsi il diritto d’autore“. E la descrive come “Autoscatto di una femmina di cinopiteco (Macaca nigra) effettuato nel Sulawesi Settentrionale, in Indonesia. Il cinopiteco ha rubato la macchina fotografica dal fotografo David Slater e si è fotografato con essa.” Ed alla voce autore così precisa: “Self-portrait by the depicted Macaca nigra female; rotated and cropped by David Slater“.

Pare, però, che l’ultimo aggiornamento della pagina risalga a settembre 2014, ben prima della sentenza di cui sopra. Ci saranno aggiornamenti a breve?

 

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Un giallo sul diritto d’autore (con due morti, due autori ed una curatrice)

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Il titolo è irrispettoso, ma il caso è interessante.

Si tratta della vicenda che ha per oggetto i diritti d’autore (o meglio: i diritti di utilizzazione econonomica) del Diario di Anna Frank.

Premessa: i diritti di utilizzazione economica di un’opera letteraria durano fino a settanta anni solari dopo la morte dell’autore (art. 25 Legge sul diritto d’Autore, ma la normativa è simile in quasi tutto il mondo)

Di conseguenza,il primo gennaio di ogni anno cadono in pubblico dominio una serie di autori.

I fatti in breve: il primo gennaio di quest’anno sarebbe dovuto cadere in pubblico dominio anche “Il Diario di Anna Frank”, dato che l’autrice è morta nel 1945 ed i settanta anni solari andavano quindi a scadere alla mezzanotte del 31 dicembre 2015.

Però, qualche mese fa, la Fondazione che detiene i diritti del libro ha fatto sapere che co-autore del libro è anche Otto Frank, padre di Anna.

Di conseguenza, i diritti di utilizzazione economica andranno a scadere 70 anni solari dopo la morte di Otto Frank (avvenuta nel 1980). In base a quale norma? In base agli artt. 10 e 26 della Legge sul Diritto d’Autore che stabiliscono che

“Se l’opera e’ stata creata con il contributo indistinguibile ed inscindibile di piu’ persone, il diritto di autore appartiene in comune a tutti i coautori” (art. 10)

e che

“La durata dei diritti utilizzazione economica spettanti a ciascuno dei coadiutori o dei collaboratori si determina sulla vita del coautore che muore per ultimo” (art. 26)

Quindi dobbiamo aspettare il 2050 perché il Diario di Anna Frank cada in pubblico dominio. O forse di più?

Perché, come in ogni giallo che si rispetti, c’è un colpo di scena.

Se si visita il sito della Fondazione Anna Frank, si scopre che vi è il testo originale del Diario, scritto di pugno da Anna Frank, e due ulteriori adattamenti dello stesso, il primo del 1947 realizzato da Otto Frank ed il secondo del 1991 realizzato da Mirjam Pressler. E la Fondazione si premura di spiegare che Otto Frank e Mirjam Pressler, sono i titolari dei diritti d’autore di questi adattamenti che “trasformano gli scritti originali di Anna Frank in versioni leggibili”.

E pertanto, quando nel 2050 scadranno i diritti di sfruttamento economico della versione di Otto Frank, resteranno ancora in piedi i diritti relativi alla versione di Mirjam Pressler (che al momento è viva).

Ma non possiamo farci mancare un altro colpo di scena.

In realtà, non è un vero colpo di scena, ma una regola del diritto d’autore a cui magari non si pensa.

Infatti, il Diario è stato scritto in olandese e pertanto il 1 gennaio 2016 sarebe caduta in pubblico dominio la versione in olandese (ed infatti, chi ha ritenuto fosse caduto in pubblico dominio ha pubblicato la versione in olandese http://isabelleattard.fr/blog/2015/12/vive-anne-frank-vive-le-domaine-public/).

Ma non la versione italiana.

Infatti, l’art. 4 della Legge sul Diritto d’Autore tutela anche la traduzione ritenendola un’opera dell’ingegno:

sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua

e quindi vanno riconosciuti i diritti d’autore anche al traduttore. E la prima traduzione italiana è stata fatta da Arrigo Vita nel 1954…

Poi, se vi siete incuriositi, non è dificile reperire in rete la versione italiana; ma sappiate che state violando il diritto d’autore.

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