Gli avvocati rallentano la giustizia e distruggono l’economia… dicono

Domenica 5 giugno, in un editoriale sul Corriere della sera, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi riconducono la difficile crescita delle (piccole) imprese italiane alle lentezze della nostro sistema giudiziario. La tesi non è nuova a chi frequenta le aule dei Tribunali e la si sente ripetere spesso ai convegni.

Ma Giavazzi e Alesina vanno oltre, ed additano tra le cause della lentezza della giustizia l’eccessivo numero degli avvocati:

L’elevato numero di avvocati, e il modo in cui sono strutturate le loro parcelle, è un incentivo a moltiplicare le cause e a prolungarne la durata, altrimenti non ci sarebbe lavoro per questa armata. In Germania gli avvocati sono remunerati a forfait: questo evidentemente li incentiva a chiudere le controversie il più rapidamente possibile.

Lo dico subito: sarei ben felice se le cause venissero pagate a forfait, indipendentemente dalla loro durata e dall’attività svolta. Da una parte si potrebbe dire chiaramente al cliente il costo che andrebbe ad affrontare, dall’altra si sarebbe incentivati a cercare di concludere rapidamente le cause, favorendo le trattative tra le parti ed i rispettivi legali.

Ma siamo sicuri che questa sarebbe sempre la soluzione migliore? Oppure, applicata la tariffa a forfait, dopo ci direbbero che gli avvocati transano le cause solo per incassare la parcella col minimo sforzo?

Ma siamo poi sicuri che la colpa delle lentezze della giustizia sia solo degli avvocati, che restano attaccati al vecchio brocardo dum pendet rendet (causa che pende, causa che rende).

Sono gli stessi Giavazzi e Alesina a smentire questo assunto, quando – poche righe dopo aver dato la colpa agli avvocati – affermano che per velocizzare le cause è sufficiente riorganizzare il lavoro dei giudici. E portano ad esempio il caso del Tribunale di Torino in cui le cause durano in media 174 giorni contro i 324 del Tribunale di Milano. E se tale cambiamento è dovuto solo alla riorganizzazione del lavoro dei giudici, è evidente che gli avvocati non hanno nessuna colpa.

Comunque, ammesso che gli avvocati accettino la tariffa a forfait e diventino dei “centometristi del processo”, le altre parti come si comporterebbero?

Faccio due esempi

  • causa di risarcimento danni: i clienti sarebbero contenti di chiuderla in breve tempo ed io cerco contatti con l’assicurazione per vedere se è possibile trovare un accordo (eventualmente anche riducendo le richieste); l’assicurazione convenuta rifiuta qualsiasi trattativa dicendo chiaramente che paga solo in caso di condanna. Si arriva a sentenza e l’assicurazione viene condannata a risarcire il danno ed al pagamento di tutte le spese legali (a quel punto doppie rispetto al momento in cui cercavo l’accordo);
  • recupero di un credito: il debitore riconosce per iscritto che deve pagare una determinata somma entro un determinato termine. Scaduto il termine senza che sia avvenuto il pagamento, si procede con decreto ingiuntivo a cui il debitore fa opposizione, con intenti evidentemente dilatori. Si è perciò costretti ad affrontare il processo. Che si vince, ma dopo più di un anno dall’emissione del decreto ingiuntivo (e per fortuna che il Tribunale di Rovereto è veloce…).

In questi casi, la colpa dei tempi lunghi non è dell’avvocato, ma della controparte, che non ha nessun interesse a trovare un accordo, ed a cui va tutto il vantaggio della… causa che pende!

In definitiva, dare la colpa agli avvocati delle lentezze del processo mi sembra un po’ troppo semplicistico, contando che nel processo ci sono anche il giudice e le parti.

Un’ultima considerazione, per concludere. Va bene valutare gli effetti economici dei tempi del processo, ma lo scopo degli avvocati (e dei giudici) non deve essere quello di chiudere la causa nel minor tempo possibile o di far girare l’economia. A costo di cadere nella retorica, si deve ricordare che lo scopo dell’avvocato è di tutelare e difendere i diritti del proprio cliente e talvolta non vi è altra strada che affrontare il processo ed arrivare fino alla sentenza  (e forse è più importante che questa sia giusta piuttosto che “veloce”).

Questa voce è stata pubblicata in la professione e taggata come , . Aggiungi ai segnalibri il permalink.

3 Responses to Gli avvocati rallentano la giustizia e distruggono l’economia… dicono

  1. Aldo Paolo ponzano dicono:

    Già…. ma per avere in ambito civile la giustizia “giusta” di cui al post del 9 giugno 2011 del sig. Cassetti, bisognerebbe buttare nel dimenticatoio tutto il nostro codice di procedura civile e cambiarlo con un altro perché così com’è il nostro processo (e anche le sue innovazioni di dettaglio sono sempre andate in questo senso) è un processo “per ragionieri” fatto su misura delle banche e delle assicurazioni, naturalmente versato non per favorire l’accertamento della verità ma per favorire la transazione o se non si vuole la transazione la desistenza per stanchezza. L’esempio comparativo chiarisce meglio il concetto ed è il confronto con i paesi anglosassoni su questioni importanti, come segue:
    nei paesi anglosassoni la parte può testimoniare al pari degli altri testi, che quindi temono il confronto con la parte e tanto quanto lei sono passibili di incriminazione per falsa testimonianza, in Italia invece la parte non può testimoniare e quello che dichiara al di fuori di casi eccezionali come il giuramento è utilizzabile come fonte di prova solo contro di lei (il caso delle cosiddette ammissioni e confessioni);
    nei paesi anglosassoni se il teste si slancia in valutazioni tecniche opinabili la parte o il giudice ha diritto di chiamare a testimoniare un “teste tecnico” competente nella materia tecnica evocata dal teste non tecnico, in modo da assicurare un razionale controllo di attendibilità, mentre in Italia il teste tecnico non è ammesso e la consulenza tecnica ben difficilmente può essere usata per smentire un testimone fantasioso perché è concepita come strumento per aiutare la valutazione del giudice su apparenze e situazioni di fatto, non come autonoma e tipica prova;
    nei paesi anglosassoni chiunque sia a conoscenza di fatti che ritiene rilevanti per un processo civile può in nome della verità recarsi da un notaio (o comunque da un pubblico ufficiale) e rendere a lui una dichiarazione giurata detta “affidavit” che il giudice ha l’obbligo di ammettere quale fonte di prova quantomeno indiziaria; qui in Italia invece se un avvocato produce in una causa civile una dichiarazione scritta di un terzo a conoscenza dei fatti di causa rilevanti il giudice non è neanche obbligato a chiamare questo terzo a testimoniare davanti a lui e non è nemmeno obbligato a considerarla come indizio potendo ampiamente trascurarle a causa di una consueta interpretazione “statalista” del principio di oralità della prova vigente in Italia per cui solo le prove orali assunte direttamente dal giudice sono in pratica quelle ammissibili ed anche se in giurisprudenza si afferma che non esiste un principio di gerarchia della prova in pratica le prove testimoniali coi testi assunti dal giudice sono quelle preferite… anche se patiscono una “rustica” e primitiva disciplina del controllo di inattendibilità e credibilità testimoniale praticamente consistente nella discrezionalità lata del giudice;
    nei paesi anglosassoni quando si verta di lesioni diritti di rilievo costituzionale (intendendosi a tal fine anche la costituzione materiale) è sempre liquidato un risarcimento in via equitativa in funzione general-prevenzionista (cioè per dissuadere nel futuro a reiterare comportamenti illeciti non approvati dalla costituzione materiale) i cosiddetti “punitive damages”; mentre in Italia tendenzialmente vale il “principio indennitario” e quasi sempre la parte lesa risulta soccombente se non prova con precisione di aver patito un danno risarcibile anche se magari in corso di causa risulta provato che la controparte ha eseguito una condotta riprovevole dal punto di vista di un valore costituzionale, e addirittura certa giurisprudenza avversa l’applicabilità del danno morale o non patrimoniale da liquidarsi in via equitativa come voce di danno autonoma non dipendente da danno morale o non patrimoniale che potrebbe nella pratica funzionare come qualcosa di simile ai punitive damages.
    Per tutte queste ragioni è naturale che il processo civile italiano tenda alla transazione, per non dire al distacco tra verità processuale e verità sostanziale; non occorre cercare di velocizzarlo con mezzi come il pagamento a forfait degli avvocati per ottenere che ciò accada (cioè che accada l’accordo che accada il compromesso rispetto alla verità)… per me è tutto l’impianto processuale civile che è da prendere e buttare via rifacendolo ex novo..

  2. Fabrizio Casetti dicono:

    Chiunque abbia avuto a che fare con le aule di giustizia, ha in serbo proposte e suggerimenti per migliorare il processo. Credo che il metodo empirico migliore per valutare la bontà di ogni proposta, sia quello di chiedersi se andrebbe bene anche se ci si trovasse “dall’altra parte”: questa proposta che faccio ora che sono parte civile, mi troverebbe d’accordo anche se fossi imputato? e questa bellissima idea che garantirebbe il lavoratore/paziente/incidentato mi piacerebbe se fossi datore di lavoro/medico/investitore?
    Ogni ordinamento giuridico (sia quelli di civil law tipici dell’Europa continentale, che di common law di Inghilterra e Stati Uniti d’America) ha pregi e difetti, a seconda dell’ottica con cui li si guarda e dell’argomento che viene osservato. Però, se ricordo bene gli studi di diritto comparato all’Università, i due sistemi giuridici di civil law e di common law, pur partendo da enunciati diversi, giungevano ad applicazioni pratiche molto simili se non identiche.
    Non credo perciò che un sistema sia migliore di un altro, nel suo complesso.
    Come credo che nessun sistema possa arrivare all’accertamento di una verità “assoluta”, ma solo a trovare una verità processuale, che cerca di avvicinarsi, per quanto possibile con mezzi umani e sulla base di un acertamento a posteriori, a quella verità “assoluta”.
    Dubito quindi che si avrebbero chissà che vantaggi dal gettare nel cestino tutto il codice di procedura civile e rifarlo ex novo, come suggerisce il lettore. Sarebbe però auspicabile che le varie riforme fossero maggiormente organiche, piuttosto che limitarsi – come spesso accaduto – ad interventi “spot” che mal si conciliano con l’impianto complessivo.

  3. Ascanio dicono:

    Complimenti per l’articolo. Molto interessante. Continuate cos

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *