L’Italia non ha ancora una legge contro la tortura!

Qual’è la posizione dell’Italia rispetto alla tortura?
E perché in Italia non è ancora stata introdotta una norma che punisca la tortura?

Di http://www.fdrlibrary.marist.edu/photos.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=727689
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La tortura è un reato terribile che viene commesso da un pubblico ufficiale che infligge intenzionalmente sofferenze fisiche o mentali alla vittima.
Malgrado ciò, nel codice penale italiano non è ancora prevista una norma che preveda e punisca il reato di tortura.

L’Italia ha peraltro sottoscritto vari accordi internazionali che condannano la tortura.
Si possono ricordare:

– la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (adottata nel 1950) il cui art. 3 recita

Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti.

– il Patto internazionale sui diritti civili e politici (adottata nel 1966) il cui art. 7 recita

Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.

Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (adottata nel 1984).
Questa convenzione contiene all’art. 1 una precisa definizione di tortura che non era presente nei precedenti documenti, specificando che si parla di tortura quando:

  • vengono inflitte forti dolori o sofferenze fisiche o mentali;
  • allo scopo di ottenere informazioni o confessioni, di fare pressioni sulla vittima, di punire la vittima o per motivi discriminatori;
  • tali sofferenze sono intenzionali;
  • tali sofferenze sono inflitte da una persona che agisce a titolo ufficiale o per istigazione di un pubblico ufficiale o con il consenso espresso o tacito di un pubblico ufficiale

Articolo 1.
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

2. Tale articolo non reca pregiudizio a qualsiasi strumento internazionale o a qualsiasi legge nazionale che contenga o possa contenere disposizioni di più vasta portata.

– La Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (adottata nel 1987) che istituisce un comitato con poteri di controllo.

Articolo 1.
È istituito un Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (qui di seguito denominato: “il Comitato”). Il Comitato esamina, per mezzo di sopralluoghi, il trattamento delle persone private di libertà allo scopo di rafforzare, se necessario, la loro protezione dalla tortura e dalle pene o trattamenti inumani o degradanti.

Articolo 2.
Ciascuna Parte autorizza il sopralluogo, in conformità con la presente Convenzione, in ogni luogo dipendente dalla propria giurisdizione nel quale vi siano persone private di libertà da un’Autorità pubblica.

Infine, non si può dimenticare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948) che all’art. 5 proclama:

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Malgrado tali impegni internazionali, l’Italia non ha ancora previsto uno specifico reato di tortura. Tale mancanza appare non solo inaccettabile dal punto di vista morale, ma costituisce una violazione dell’art. 2 della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti che impone ad ogni Paese di adottare norme che impediscano che nel suo territorio si pratichi la tortura.

L’Italia si difende da questa accusa sostenendo che non è necessaria una norma specifica, dato che nel codice penale italiano vi sono norme che possono raggiungere lo stesso scopo.

Ma è proprio così?

Per i giudici europei (in particolare per la Corte di Giustizia di Strasburgo), le norme italiane non sono sufficienti.

Il 7 aprile 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per non aver ancora previsto il reato di tortura (causa Cestaro c. Italia – Ricorso n. 6884/11).

I fatti: il ricorrente  sig. Cestaro, si era rivolto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo invocando l’articolo 3 della Convenzione (che vieta la tortura) e lamentando di essere stato vittima di violenze e sevizie, che secondo lui potevano essere qualificate tortura, nel corso dell’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz-Pertini nel corso del G8 tenutosi a Genova nel 2001.
Lamentava, poi, che lo Stato Italiano, astenendosi dal punire qualsiasi atto di tortura e dal prevedere una pena adeguata per un delitto di questo tipo, non ha adottato le misure necessarie per prevenire e poi sanzionare le violenze e gli altri maltrattamenti denunciati.

Come si è difesa l’Italia da questa pesante accusa?

L’Italia sostiene che l’articolo 3 della Convenzione non obbliga gli Stati contraenti a prevedere, nel loro ordinamento giuridico, un reato ad hoc e che, pertanto, essi sono liberi di perseguire i maltrattamenti vietati dall’articolo 3 per mezzo della loro legislazione.

E nel caso di specie, l’Italia è del parere che i responsabili dei maltrattamenti dal ricorrente siano stati pienamente perseguiti facendo riferimento ai vari reati previsti dalla legislazione penale italiana (in particolare il reato di lesioni personali aggravate).

Decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In primo luogo la Corte ritiene che i maltrattamenti subiti dal Cestaro durante l’irruzione della polizia nella scuola Diaz-Pertini debbano essere qualificati come «tortura» nel senso dell’articolo 3 della Convenzione.

Per arrivare a tale conclusione si basa anche sulla sentenza emessa dalla Corte di Cassazione Italiana che aveva stabilito che le violenze subite dal Cestaro e dalle altre persone presenti nella scuola Diaz potevano definirsi «tortura» secondo la Convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti oppure dei «trattamenti inumani o degradanti» ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione.

Precisa poi, che la stessa Corte di cassazione aveva rilevato che, mancando un reato ad hoc nell’ordinamento giuridico italiano, le violenze in causa erano state perseguite come delitti di lesioni personali semplici o aggravate in relazione alla quali, in applicazione dell’articolo 157  del codice penale, era intervenuta la prescrizione nel corso del procedimento.
Dopo una lunga disamina dei fatti e dei vari gradi di giudizio susseguitisi in Italia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo conclude affermando che “in definitiva, al termine del procedimento penale nessuno è stato condannato per i maltrattamenti perpetrati nella scuola Diaz-Pertini nei confronti, in particolare, del ricorrente, in quanto i delitti di lesioni semplici e aggravate si sono estinti per prescrizione”.

Precisa che le uniche condanne confermate dalla Corte di cassazione riguardano piuttosto i tentativi di giustificazione di questi maltrattamenti e l’assenza di base fattuale e giuridica per l’arresto degli occupanti della scuola Diaz-Pertini. E ricorda che in applicazione dell’indulto approvato nel 2006, dette pene erano state ridotte di tre anni.

Di conseguenza, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ritenuto “che la reazione delle autorità non sia stata adeguata tenuto conto della gravità dei fatti. Di conseguenza ciò la rende incompatibile con gli obblighi procedurali che derivano dall’articolo 3 della Convenzione”.
Ma soprattutto la Corte stabilisce che “è la legislazione penale italiana applicata al caso  di specie a rivelarsi inadeguata rispetto all’esigenza di sanzionare gli atti di tortura in questione e al tempo stesso privata dell’effetto dissuasivo necessario per prevenire altre violazioni simili dell’articolo 3 in futuro”.
Pertanto, viene respinta la tesi dell’Italia secondo cui le norme contenute nel codice penale sono sufficienti a punire la tortura.

La Corte spiega che tali norme non sono sufficienti, perché “mancando un trattamento appropriato per tutti i maltrattamenti vietati dall’articolo 3 nell’ambito della legislazione penale italiana, la prescrizione come pure l’indulto possono in pratica impedire non soltanto la punizione dei responsabili degli atti di «tortura», ma anche degli autori dei «trattamenti inumani» e «degradanti» in virtù di questa stessa disposizione, nonostante tutti gli sforzi dispiegati dalle autorità procedenti e giudicanti”.

In sintesi, perseguire il reato di tortura applicando altre norme del diritto penale (nel caso di specie il reato di lesioni aggravate, in altri casi le norme in materia di percosse, lesioni persone, violenza privata e abuso di autorità) impediscono di perseguire i colpevoli con la necessaria severità, dato che tali norme non sono specifiche e sono normalmente applicate a reati di gravità bassa o media. Di conseguenza i colpevoli vengono ad usufruire di tutti quei meccanismi (dalla prescrizione all’indulto, ma si può pensare anche alla sospensione condizionale della pena o a misure alternative al carcere) che non rendono effettiva la pena.
In questo quadro, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ritiene necessario che l’Italia introduca il reato di tortura al fine di sanzionare in maniera adeguata i responsabili degli atti di tortura o di altri maltrattamenti rispetto all’articolo 3 e ad impedire che questi ultimi possano beneficiare di meccanismi “premiali” previsti per reati di gravità nettamente inferiore.

Conclusione.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ritiene che sia necessario che l’Italia introduca (finalmente) il reato di tortura.

In realtà, il primo progetto di legge in tal senso risale al 1989 e sono stati presentati altri 66 disegni di legg volti ad introdurre finalmente una norma specifica contro la tortura. Senza che nessuno venisse poi approvato.

Speriamo che questa sia la volta buona.


(Elaborazione di una lezione tenuta al Liceo Maffei di Riva del Garda assieme ad altri attivisti di Amnesty International Italia, gruppo di Rovereto e Alto Garda.)

(Nessuno studente è stato torturato durante la lezione  😉 )

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