E’ stalking e non molestia se il reato causa l’alterazione delle proprie abitudini di vita o un perdurante e grave stato di ansia o di paura.

Cass. pen. Sez. V, 23-01-2018, n. 8744

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva. La prova dello stato di ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUMO Maurizio – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.S., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 31/03/2017 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI SCOTTI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. LIGNOLA Ferdinando, che ha concluso per l’inammissibilità.

Svolgimento del processo

1. La Corte di appello di Milano con sentenza del 31/3-12/4/2017, in riforma della sentenza assolutoria del Tribunale di Milano del 2/7/2013, appellata dalla parte civile costituita G.M.D., ha ritenuto la responsabilità dell’imputato C.S. ai soli effetti civili per il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., e lo ha perciò condannato al risarcimento dei danni in favore della predetta parte civile, liquidati in via equitativa nella misura di Euro 2.500,00=, oltre alle spese processuali.

2. Ha proposto ricorso l’avv. Piero Cesare Iametti, difensore di fiducia dell’imputato, svolgendo due motivi.

2.1. Con il primo motivo proposto eart. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

La Corte di appello aveva però motivato in modo gravemente lacunoso, non contestualizzando la vicenda e non tenendo conto dei comportamenti della stessa sig.ra G. che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura.

La G. aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni, aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco (doc. 2 prodotto il 10/2/2017) e aveva asserito che il C. potesse essere entrato nella sua casella di posta elettronica.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

2.2. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

1.1. Secondo il ricorrente, la motivazione adottata dalla Corte di appello era gravemente lacunosa, non contestualizzava la vicenda e non teneva conto dei comportamenti della stessa persona offesa che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura. La persona offesa, inoltre, aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni ed aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

1.2. Le doglianze del ricorrente circa la ricostruzione del fatto accolta in sentenza risultano generiche, prive di puntuale correlazione con specifiche evidenze probatorie e mirano a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto motivatamente ricostruito dal Giudice del merito.

Così argomentando, il ricorrente mira a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto storico motivatamente ricostruito dal Giudice del merito, senza transitare, come impone l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), attraverso la dimostrazione di vizi logici intrinseci della motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità manifesta) o denunciarne in modo puntuale e specifico la contraddittorietà estrinseca con “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame”.

1.3. In particolare, la Corte territoriale, dopo aver premesso che i fatti storici non erano sostanzialmente contestati e dopo aver valutato specificamente l’attitudine della persona offesa, giudicandola pacata, obiettiva, priva di intenti ritorsivi, ha superato le obiezioni del ricorrente, che aveva inteso ricondurre la dinamica della relazione alla normale vicenda altalenante di un rapporto sentimentale che la stessa G.D. non mancava di alimentare, ragionando sotto due diverse angolazioni di valutazione del materiale probatorio acquisito.

Da un lato, la Corte di appello ha attribuito sintomatico rilievo all’entità delle reazioni della persona offesa che non erano proporzionate rispetto alla lettura riduttiva dell’entità e degli effetti delle sue condotte tratteggiata dal C.; la Corte territoriale ha rilevato, a tal proposito, che la G.D. si era rivolta prima alla polizia e poi, su consiglio dei funzionari, alle suore che la ospitavano perchè convocassero il C. e intervenissero suasivamente nei suoi confronti, e quindi, solo dopo questi più blandi e dialoganti approcci, si era risolta a proporre ben quattro querele in sette mesi (18 gennaio, 7 marzo, 6 e 31 luglio 2010), man mano che si aggravavano le condotte dell’imputato.

Dall’altro lato, la Corte territoriale ha sottolineato i ripetuti tentativi della persona offesa di sottolineare la chiusura della relazione sentimentale e di ricondurre a una relazione di civile convivenza fra ex fidanzati il rapporto con l’imputato, che invece a tutti i costi intendeva sposarla e avere un figlio da lei, spingendosi sino a recarsi a (OMISSIS) per incontrarne i genitori.

G.M.D. non ha negato di aver continuato a rispondere alle telefonate e ai messaggi dell’uomo proprio con questo intento.

Il messaggio del 30/9/2009, peraltro parecchio precedente alle denunce, presenta effettivamente aspetti di ambiguità comunicativa con il suo incipit “ti amo ti odio ti voglio” (che trasmette comunque un segnale di disorientamento, evocando il celeberrimo verso catulliano “odi et amo”), ma al contempo manifesta in modo evidente un sentimento di confusione, incomprensione e disagio, per chiudersi comunque con un inequivocabile “adios”.

In ogni caso la Corte territoriale ha comunque ravvisato una evidente volontà della donna di interrompere la relazione, accompagnata da ripetuti cambi di account e dal cambio di abitazione.

La Corte territoriale ha colto nell’accertata materialità delle condotte del C. una carica ansiogena non dubitabile, ben capace di produrre conseguenze sull’equilibrio psico-fisico di una persona media, tenendo anche conto del fatto che la giovane persona offesa viveva sola in un Paese straniero.

L’evento del fondato timore previsto dalla norma incriminatrice è stato quindi ricavato dalla valutazione congiunta delle potenzialità lesive oggettive della condotta, dalle attendibili dichiarazioni della persona offesa e dai suoi comportamenti concreti attuati per sfuggire alle molestie come le denunce, le querele, le richieste di aiuto, i cambi di account, il cambio di abitazione (elemento questo che presenterebbe rilevanza anche nella diversa prospettiva dell’alterazione delle abitudini di vita).

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, P.C. in proc.G., Rv. 262517).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, S., Rv. 252314); inoltre la prova dello stato d’ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante (Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv. 253764).

3. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

La Corte ha ritenuto di poter liquidare il solo danno morale, esclusa esplicitamente ogni voce di danno patrimoniale ma anche ogni altra possibile sottovoce del danno non patrimoniale (danno biologico, danno alla vita di relazione…), secondo la consolidata ricostruzione dogmatica che si riconduce alle “sentenze gemelle” dell’11 novembre 2008 (n. 26972-26975) delle Sezioni Unite civili.

E’ stato così liquidato in via necessariamente equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il danno consistente nella sofferenza morale conseguente al fatto di reato, tenendo conto, come elemento di temperamento in favore dell’imputato, dell’assenza di connotati di aggressività verbale o fisica dei suoi atti di molestia, e comunque della durata delle condotte nel tempo.

Tale valutazione equitativa, priva di ogni elemento contraddittorio o illogico, sfugge al sindacato di legittimità.

4. Il ricorso va quindi rigettato con la conseguente condanna del ricorrente ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

5. La natura del reato impone di ordinare, in caso di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 23 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2018

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