Baciare una donna sulla bocca contro la sua volontà integra il reato di violenza sessuale.

“Ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, va qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica”

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 29 maggio – 2 ottobre 2018, n. 43553

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSI Elisabetta – Presidente –

Dott. GALTERIO Donatella – Consigliere –

Dott. DI STASI Antonella – Consigliere –

Dott. CORBETTA Stefano – rel. Consigliere –

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

K.H., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza del 06/07/2017 della Corte d’appello di Reggio Calabria;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Stefano Corbetta;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ANGELILLIS Ciro, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo
1. Con l’impugnata sentenza, la Corte d’appello di Reggio Calabria confermava la decisione resa dal Tribunale di Reggio Calabria, appellata dall’imputato, che aveva condannato K.H. alla pena di giustizia, previo riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3, perchè ritenuto responsabile del delitto di cui agli artt. 56 e 609 bis c.p., così riqualificata l’originaria contestazione di violenza sessuale consumata; l’imputato veniva, inoltre, assolto dal delitto di cui all’art. 337 c.p., per insussistenza del fatto.

2. Avverso l’indicata sentenza l’imputato, per il tramite del difensore di fiducia, propone ricorso per cassazione, articolato in due motivi.

2.1. Con il primo motivo si deduce vizio motivazionale con riferimento all’art. 609 bis c.p., in relazione agi artt. 192 e 533 c.p.p.. Ad avviso del ricorrente, la Corte territoriale avrebbe desunto che il bacio fosse diretto sulla bocca della persona offesa, anzichè verso altre zone del corpo, come la fronte, sulla base di mere presunzioni non sorrette da alcun elemento probatorio.

2.2. Con il secondo motivo si eccepisce violazione di legge in relazione all’art. 609 bis c.p.. Assume il ricorrente che i giudici di merito avrebbero dovuto ravvisare l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 610 c.p., in quanto l’azione dell’imputato non era diretta al soddisfacimento della propria concupiscenza, bensì all’esternazione del sentimento amoroso, sebbene non corrisposto. Secondo il ricorrente, il tentativo di bacio non sarebbe da considerare atto sessuale, in quanto i due si conoscevano da tempo e si frequentavano, e l’imputato, tentando di baciare la persona offesa, atto che nella cultura indiano non ha una connotazione sessuale, avrebbe semplicemente manifestato il suo sentimento amoroso.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.

2. I due motivi, che possono essere trattati congiuntamente stante la concatenazione logica delle questioni trattate, sono infondati.

3. Va ricordato che il bene tutelato dall’art. 609 bis c.p., è rappresentato dalla libertà personale dell’individuo, che deve poter compiere atti sessuali in assoluta autonomia e libertà, contro ogni possibile condizionamento, fisico o morale, e contro ogni non consentita e non voluta intrusione nella propria sfera intima, anche se attuata con l’inganno. La libertà sessuale è perciò espressione della personalità dell’individuo, che trova copertura costituzionale nei precetti di cui all’art. 2 Cost., e art. 3 Cost., comma 2. In coerenza con il bene protetto e con la centralità della persona offesa, ai fini della tipizzazione dell’offesa non si richiede nè il dolo specifico, nè alcun movente esclusivo, in quanto qualsiasi valorizzazione di questi atteggiamenti interiori sposterebbe il disvalore della condotta incriminata dalla persona che subisce la limitazione della libertà sessuale a chi la viola.

3.1. Ciò premesso, la definizione di un atto come di natura “sessuale” deve essere ricercata su un piano oggettivo, indipendentemente dalle intenzioni dell’agente, che deve solo essere consapevole della natura “sessuale” dell’atto posto in essere con la propria condotta cosciente e volontaria.

3.2. La connotazione “sessuale” dell’atto, quindi, è definita non solo dalla scienza medica e dalle scienze umane, ma anche dalla cultura di una data comunità in un dato momento storico. In altri termini, la natura sessuale dell’atto deriva dalla sua attitudine ad essere oggettivamente valutato, secondo canoni scientifici e culturali, come erotico, idoneo cioè a incarnare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dal fatto che proprio questo sia lo scopo dell’agente.

Oltre a condotte che possiedono un’evidente carica sessuale (masturbazione, rapporti vaginali, ecc.), vi sono atti la cui valutazione “sessuale” deve essere valutata casa per caso, in relazione al particolare contesto in cui si inserisce la condotta e/o alla natura dei rapporti che intercorrono con il suo autore o alla natura della prestazione; ad esempio, non possono qualificarsi come sessuali i gesti d’affetto genitoriale, i baci sulle guance dati in segno di affetto o di saluto. In casi del genere, la natura “sessuale” dell’atto deve essere valutata secondo il significato “sociale” della condotta, avuto riguardo all’oggetto dei toccamenti, ma anche – quando ciò non sia sufficiente – al contesto in cui l’azione si svolge, ai rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte e ad ogni altro elemento eventualmente sintomatico di una indebita compromissione della libera determinazione della sessualità del soggetto passivo che sia oggettivamente e socialmente percepibile come tale (Sez. 3^, n. 18679 del 19/11/2015, dep. 05705/2016, non massimata; Sez. 3, n. 964 del 26/11/2014 – dep. 13/01/2015, R, Rv. 261634).

3.3. Di conseguenza, ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, va qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica, come, ad esempio, nel caso del bacio sulla bocca scambiato, nella tradizione russa, come segno di saluto (Sez. 3, n. 25112 del 13/02/2007 – dep. 02/07/2007, Greco, Rv. 236964).

4. Si deve poi osservare che, per costante giurisprudenza, in tema di violenza sessuale, è configurabile il tentativo del reato, previsto dall’art. 609 bis c.p., in tutte le ipotesi in cui la condotta violenta o minacciosa non abbia determinato una immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima, poichè l’agente non ha raggiunto le zone intime (genitali o erogene) della vittima ovvero non ha provocato un contatto di quest’ultima con le proprie parti intime (così, da ultimo, Cass., Sez. 3, n. 17414 del 18/02/2016 – dep. 28/04/2016, F, Rv. 266900). Si è, altresì, precisato che il tentativo è configurabile non solo nel caso in cui gli atti idonei diretti in modo non equivoco a porre in essere un abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto sia stato superficiale o fugace e non abbia attinto una zona erogena o considerata tale dal reo per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente (Cass., Sez. 3, n. 4674 del 22/10/2014 – dep. 02/02/2015, S, Rv. 262472; Cass., Sez. 3, n. 21840 del 17/02/2011 – dep. 01/06/2011, L., Rv. 249993).

5. Venendo al caso di specie, non si è al cospetto del tentativo di un semplice e fugace bacio sulla guancia, in segno di saluto o di affetto, ma di un’indebita interferenza nella sfera sessuale della vittima.

Invero, i giudici di merito hanno accertato che i due si conoscevano da alcuni mesi, che avevano o fatto tre-quattro passeggiate sul lungomare, e che l’imputato si fosse innamorato della B., la quale, invece, da subito aveva chiarito che non era affatto intenzionata a coltivare alcuna relazione sentimentale, essendo già sposata. Orbene, con motivazione immune da vizi logici, i giudici di merito hanno ritenuto che, proprio perchè “respinto”, l’imputato aveva atteso la persona offesa all’uscita del luogo di lavoro, aggredendola e tentando di baciarla, come affermato non solo dalla donna, ma anche dell’agente di p.g., intervenuto sul posto, il quale notò il K. che tratteneva per il collo e per il braccio la B., la quale cercava di divincolarsi dalla presa e di spingerlo e di allontanarlo da sè. Peraltro, la Corte territoriale, con motivazione non manifestamente illogica, ha confutato le versione dell’imputato, secondo cui egli aveva baciato la donna sulla fronte, osservando che, se così fosse stato, la B. non avrebbe avuto motivo di tentare di divincolarsi da un’azione di presa violenta e di allontanare il suo aggressore, tanto più che, durante l’azione, l’imputato aveva anche toccato il seno della persona offesa, atto la cui penale rilevanza è stata esclusa, perchè la donna non ha saputo precisare se si fosse trattato di un atto volontario o di un gesto casuale mentre tentava di afferrarla, ma che, in ogni caso, è un elemento che contribuisce a connotare come sessuale l’aggressione posta in essere dal K. in danno della B..

Di conseguenza, sulla scorta di tale accertamento di fatto, i giudici di merito hanno correttamente ritenuto integrato il tentativo di violenza sessuale, anzichè l’ipotesi di violenza privata, in quanto l’attività posta in essere dall’imputato era diretta in modo non equivoco a baciare sulla bocca la donna, contro la volontà di costei.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 29 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2018.

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Divorzio: le Sezioni Unite risolvono il contrasto giurisprudenziale in materia di assegno.

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 18287/2018 appena depositata hanno risolto il contrasto giurisprudenziale creatosi dopo la nota sentenza Grilli (la n. 11504) affermando il principio per cui l’assegno di divorzio ha una funzione assistenziale, compensativa e perequativa. 

Photo credit: TheDyslexicBook.com

COMUNICATO STAMPA

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, con la sentenza n. 18287, depositata in data odierna, hanno stabilito che all’assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa.
Precisa la sentenza che, ai fini del riconoscimento dell’assegno, si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge  richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo.
La sentenza sottolinea infine che il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale.
Roma, 11 luglio 2018
L’Ufficio stampa

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La breve durata del matrimonio non esclude il diritto all’assegno nella separazione.

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La limitata durata della convivenza tra i coniugi (circa un anno) non costituisce un elemento che possa indurre ad escludere il diritto all’assegno di mantenimento, sul rilievo che la durata del matrimonio non è un fattore della relativa attribuzione

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 25644/15, proposto da:

P.A., elett.te domic. in Roma, presso la cancelleria della Suprema Corte, rappres. e difeso dall’avv. Gianni Pica, con procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.S., ammessa al gratuito patrocinio, elett.te domic. in Roma alla via Pescara n. 2, presso l’avv. Simona Censi che la rappres. e difende, con procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 592/2015 emesso dalla Corte d’appello di Bari, depositata il 14.4.2015;

udita la relazione del Consigliere, Dott. Rosario Caiazzo, nella camera di consiglio del 15 febbraio 2018.

Svolgimento del processo

C.S. convenne in giudizio il coniuge P.A. per la separazione coniugale; il convenuto si  costituì proponendo domanda riconvenzionale, chiedendo l’accertamento della nullità del matrimonio per vizio del consenso e, in subordine, la pronuncia di separazione con addebito alla ricorrente.

Con sentenza non definitiva, il Tribunale pronunciò la separazione coniugale, dichiarando il convenuto decaduto dall’azione d’annullamento; proseguito il giudizio, con successiva sentenza il Tribunale rigettò le altre domande della ricorrente, revocando i provvedimenti presidenziali urgenti emessi.

La Corte d’appello respinse l’appello con sentenza impugnata dalla C. con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo con cui fu denunziata la violazione dell’art. 156 c.c., per l’erronea valutazione delle prove acquisite e la contraddittorietà della motivazione relativa al diniego dell’assegno di mantenimento.

La Corte di Cassazione accolse il ricorso, in quanto la Corte di merito non aveva considerato la situazione reddituale e patrimoniale del P., rilevando che l’assegno al coniuge va commisurato al mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e che, in mancanza di prove, l’indice di tale tenore può essere costituito dall’attuale divario reddituale e, in generale, dalla diversa posizione economica dei coniugi.

Rinviato il giudizio alla Corte d’appello, quest’ultima ha emesso sentenza determinando nella somma di Euro 250,00 mensili l’assegno di mantenimento a favore di C.S., parametrato all’importo dell’assegno divorzile. Il P. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.

Resiste la C. con controricorso. Il ricorrente ha altresì depositato memoria, producendo documentazione.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo di ricorso P.A. ha denunziato la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, con riferimento all’art. 384 c.p.c. e agli artt. 156 e 143, c.c., avendo la Corte d’appello posto a suo carico l’assegno mensile di Euro 250,00 non considerando la limitata durata del matrimonio, nel corso del quale non si era consolidata una comunione materiale e spirituale e non era emerso un effettivo tenore di vita comune tra i coniugi.

Il motivo di ricorso è infondato.

La Corte d’appello ha liquidato l’assegno di mantenimento in applicazione del principio stabilito dalla Suprema Corte, cassando la precedente sentenza d’appello, secondo cui l’assegno era da commisurare al mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio il cui indice, in mancanza di prove, era costituito dall’attuale divario reddituale e, in generale, dalla diversa posizione economica dei coniugi.

Pertanto, il giudice d’appello correttamente ha accertato il diritto della C. a ricevere l’assegno di mantenimento da parte del P., data la sproporzione reddituale tra i coniugi.

Quanto all’incidenza della scarsa durata della convivenza (circa un anno), come rilevato dalla Corte di merito, essa non costituisce un elemento che possa indurre ad escludere il diritto all’assegno di mantenimento, peraltro sul rilievo che la durata del matrimonio non è un fattore della relativa attribuzione.

D’altra parte, si rivela irrilevante la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio non delibata (prodotta con la memoria difensiva) che ha pronunciato solo sui presupposti della valida insorgenza del vincolo religioso. Inoltre, va rilevato che la liquidazione dell’assegno divorzile, nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, non esclude l’interesse ad agire della C., considerata la diversa efficacia. temporale dei provvedimenti sui due assegni.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio che liquida nella somma di Euro 4500,00 per compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi e la maggiorazione del 15% per rimborso forfettario delle spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in caso di diffusione della presente sentenza, si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 giugno 2018

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E’ stalking e non molestia se il reato causa l’alterazione delle proprie abitudini di vita o un perdurante e grave stato di ansia o di paura.

Cass. pen. Sez. V, 23-01-2018, n. 8744

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva. La prova dello stato di ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUMO Maurizio – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.S., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 31/03/2017 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI SCOTTI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. LIGNOLA Ferdinando, che ha concluso per l’inammissibilità.

Svolgimento del processo

1. La Corte di appello di Milano con sentenza del 31/3-12/4/2017, in riforma della sentenza assolutoria del Tribunale di Milano del 2/7/2013, appellata dalla parte civile costituita G.M.D., ha ritenuto la responsabilità dell’imputato C.S. ai soli effetti civili per il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., e lo ha perciò condannato al risarcimento dei danni in favore della predetta parte civile, liquidati in via equitativa nella misura di Euro 2.500,00=, oltre alle spese processuali.

2. Ha proposto ricorso l’avv. Piero Cesare Iametti, difensore di fiducia dell’imputato, svolgendo due motivi.

2.1. Con il primo motivo proposto eart. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

La Corte di appello aveva però motivato in modo gravemente lacunoso, non contestualizzando la vicenda e non tenendo conto dei comportamenti della stessa sig.ra G. che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura.

La G. aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni, aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco (doc. 2 prodotto il 10/2/2017) e aveva asserito che il C. potesse essere entrato nella sua casella di posta elettronica.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

2.2. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

1.1. Secondo il ricorrente, la motivazione adottata dalla Corte di appello era gravemente lacunosa, non contestualizzava la vicenda e non teneva conto dei comportamenti della stessa persona offesa che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura. La persona offesa, inoltre, aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni ed aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

1.2. Le doglianze del ricorrente circa la ricostruzione del fatto accolta in sentenza risultano generiche, prive di puntuale correlazione con specifiche evidenze probatorie e mirano a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto motivatamente ricostruito dal Giudice del merito.

Così argomentando, il ricorrente mira a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto storico motivatamente ricostruito dal Giudice del merito, senza transitare, come impone l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), attraverso la dimostrazione di vizi logici intrinseci della motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità manifesta) o denunciarne in modo puntuale e specifico la contraddittorietà estrinseca con “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame”.

1.3. In particolare, la Corte territoriale, dopo aver premesso che i fatti storici non erano sostanzialmente contestati e dopo aver valutato specificamente l’attitudine della persona offesa, giudicandola pacata, obiettiva, priva di intenti ritorsivi, ha superato le obiezioni del ricorrente, che aveva inteso ricondurre la dinamica della relazione alla normale vicenda altalenante di un rapporto sentimentale che la stessa G.D. non mancava di alimentare, ragionando sotto due diverse angolazioni di valutazione del materiale probatorio acquisito.

Da un lato, la Corte di appello ha attribuito sintomatico rilievo all’entità delle reazioni della persona offesa che non erano proporzionate rispetto alla lettura riduttiva dell’entità e degli effetti delle sue condotte tratteggiata dal C.; la Corte territoriale ha rilevato, a tal proposito, che la G.D. si era rivolta prima alla polizia e poi, su consiglio dei funzionari, alle suore che la ospitavano perchè convocassero il C. e intervenissero suasivamente nei suoi confronti, e quindi, solo dopo questi più blandi e dialoganti approcci, si era risolta a proporre ben quattro querele in sette mesi (18 gennaio, 7 marzo, 6 e 31 luglio 2010), man mano che si aggravavano le condotte dell’imputato.

Dall’altro lato, la Corte territoriale ha sottolineato i ripetuti tentativi della persona offesa di sottolineare la chiusura della relazione sentimentale e di ricondurre a una relazione di civile convivenza fra ex fidanzati il rapporto con l’imputato, che invece a tutti i costi intendeva sposarla e avere un figlio da lei, spingendosi sino a recarsi a (OMISSIS) per incontrarne i genitori.

G.M.D. non ha negato di aver continuato a rispondere alle telefonate e ai messaggi dell’uomo proprio con questo intento.

Il messaggio del 30/9/2009, peraltro parecchio precedente alle denunce, presenta effettivamente aspetti di ambiguità comunicativa con il suo incipit “ti amo ti odio ti voglio” (che trasmette comunque un segnale di disorientamento, evocando il celeberrimo verso catulliano “odi et amo”), ma al contempo manifesta in modo evidente un sentimento di confusione, incomprensione e disagio, per chiudersi comunque con un inequivocabile “adios”.

In ogni caso la Corte territoriale ha comunque ravvisato una evidente volontà della donna di interrompere la relazione, accompagnata da ripetuti cambi di account e dal cambio di abitazione.

La Corte territoriale ha colto nell’accertata materialità delle condotte del C. una carica ansiogena non dubitabile, ben capace di produrre conseguenze sull’equilibrio psico-fisico di una persona media, tenendo anche conto del fatto che la giovane persona offesa viveva sola in un Paese straniero.

L’evento del fondato timore previsto dalla norma incriminatrice è stato quindi ricavato dalla valutazione congiunta delle potenzialità lesive oggettive della condotta, dalle attendibili dichiarazioni della persona offesa e dai suoi comportamenti concreti attuati per sfuggire alle molestie come le denunce, le querele, le richieste di aiuto, i cambi di account, il cambio di abitazione (elemento questo che presenterebbe rilevanza anche nella diversa prospettiva dell’alterazione delle abitudini di vita).

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, P.C. in proc.G., Rv. 262517).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, S., Rv. 252314); inoltre la prova dello stato d’ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante (Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv. 253764).

3. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

La Corte ha ritenuto di poter liquidare il solo danno morale, esclusa esplicitamente ogni voce di danno patrimoniale ma anche ogni altra possibile sottovoce del danno non patrimoniale (danno biologico, danno alla vita di relazione…), secondo la consolidata ricostruzione dogmatica che si riconduce alle “sentenze gemelle” dell’11 novembre 2008 (n. 26972-26975) delle Sezioni Unite civili.

E’ stato così liquidato in via necessariamente equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il danno consistente nella sofferenza morale conseguente al fatto di reato, tenendo conto, come elemento di temperamento in favore dell’imputato, dell’assenza di connotati di aggressività verbale o fisica dei suoi atti di molestia, e comunque della durata delle condotte nel tempo.

Tale valutazione equitativa, priva di ogni elemento contraddittorio o illogico, sfugge al sindacato di legittimità.

4. Il ricorso va quindi rigettato con la conseguente condanna del ricorrente ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

5. La natura del reato impone di ordinare, in caso di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 23 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2018

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Cos’è la riabilitazione?

 

L’istituto della riabilitazione è disciplinato dagli artt. 178 e seguenti del codice penale.

Si tratta di una procedura che consente a chi sia stato condannato con sentenza passata in giudicato o con decreto penale di condanna non opposto di ottenere l’estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna stessa ed è annotata sul certificato penale a cura della cancelleria del giudice che l’ha emessa.

La riabilitazione presuppone quindi che ci sia già stata una condanna definitiva e che la pena sia stata eseguita o sia sia estinta.

A norma dell’art. 179 del codice penale, la riabilitazione viene concessa se sono decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena è stata eseguita o si sia in altro modo estinta e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Il termine è di almeno otto anni se si tratta di reati commessi da recidivi, così come previsto dall’art. 99 del codice penale, e di dieci anni  se si è in presenza di delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

La sentenza di riabilitazione può anche essere revocata di diritto se la persona riabilitata commette entro 7 anni un delitto non colposo per il quale sia inflitta la pena della reclusione per un tempo non inferiore a due anni o pena più grave.

La riabilitazione non può essere concessa se il condannato:

– sia stato sottoposto a misura di sicurezza, tranne che si tratti di espulsione dello straniero dallo stato ovvero di confisca, e il provvedimento non sia stato revocato

– non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilita di adempierle.

Secondo la Corte di Cassazione non è sufficiente la mera astensione dal compimento di fatti costituenti reato, ma deve essere mantenuto “uno stile di vita improntato all’osservanza delle norme di comportamento comunemente osservate dai consociati e poste alla base di ogni proficua e ordinata convivenza sociale, anche laddove le medesime non abbiano rilevanza penale e non siano quindi penalmente sanzionate.

Se la richiesta, che deve essere presentata al Tribunale di Sorveglianza, viene respinta per difetto del requisito della buona condotta, essa non può essere riproposta prima che siano decorsi due anni dal giorno in cui e divenuto irrevocabile il provvedimento di rigetto.

Il richiedente deve dimostrare di aver risarcito il danno.

Deve inoltre risultare adempiuto l’eventuale obbligo civile derivante dal reato.

La procedura per richiedere la riabilitazione è  esente da spese, bolli e diritti ed è ammesso anche il patrocinio a spese dello stato per tutti coloro che possiedano i requisiti reddituali  e i requisiti soggettivi previsti dalla normativa in materia di spese di giustizia (DPR 115/2002).

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Escluso il risarcimento al pedone disattento che inciampa nel marciapiede.

 
In tema di responsabilità per custodia, il danneggiato per ottenere il risarcimento deve dimostrare l’esistenza del nesso causale, ovvero che l’evento lesivo si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, della cosa, mentre il custode, per sottrarsi alla sua responsabilità deve dimostrare che il danno che si è verificato non si pone in rapporto di causalità con le condizioni del bene in custodia, atteso che un fatto dello stesso danneggiato o anche esterno, è intervenuto interrompendo il nesso causale. (Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 08/11/2017) 09-05-2018, n. 11024)
 
 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26715-2016 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE SAN SAVINO, 15, presso lo studio dell’avvocato A. C., rappresentata e difesa dall’avvocato D. B.;

– ricorrente –

contro

COMUNE di MILANO, in persona del Sindaco, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CAIO MARIO 27, presso lo studio dell’avvocato F. A. M., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato R. S.;

– contro ricorrente –

avverso la sentenza n. 3794/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 12/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’08/11/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

S.R. conveniva in giudizio il Comune di Milano, assumendo di aver subito un danno a seguito di una caduta per la presenza di un’anomalia non segnalata sulla pavimentazione di un percorso pedonale pubblico. In particolare, la caduta si era verificata all’uscita di una scuola di ballo, ove la S. aveva inciampato a causa delle mattonelle divelte ivi esistenti sul marciapiede, in un tratto non idoneamente illuminato, in quanto l’unico lampione esistente era coperto dalle fronde.

Il Tribunale di Milano condannava il Comune al risarcimento del danno, mentre la corte d’appello, con la sentenza n.3794/2016 qui impugnata, depositata il 12 ottobre 2016, accogliendo l’appello del Comune rigettava la domanda risarcitoria della S., ritenendo che la caduta fosse addebitabile esclusivamente a responsabilità della infortunata, atteso che il leggero dislivello tra le mattonelle, costituite non da una pavimentazione compatta e legata da un materiale, ma da lastre di calcestruzzo appoggiate sul terreno, era caratteristico del tipo di pavimentazione, e che non si trattasse di situazione di per sè idonea a cagionare, per il suo proprio dinamismo, la caduta di un passante normalmente attento, atteso che il preteso ostacolo era facilmente evitabile e comunque agevolmente superabile con l’ordinaria attenzione esigibile da qualsiasi utente.

La sentenza torna sul concetto di insidia, affermando che la danneggiata conosceva bene la strada, che era l’unica percorribile per uscire dalla scuola che frequentava abitualmente, e che quindi la disconnessione non costituiva una insidia, nel senso che non era nè imprevedibile nè inevitabile.

La S. propone due motivi di ricorso per cassazione, con il primo dei quali denuncia la violazione dell’art. 2051 c.c., con il secondo la violazione dell’art. 1227 c.c..

Il Comune di Milano ha depositato controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., su proposta del relatore, in quanto ritenuto manifestamente infondato.

Il Collegio, all’esito della camera di consiglio, ritiene di condividere la soluzione proposta dal relatore.

La sentenza impugnata appare resistere alle critiche mossele, non riscontrandosi una violazione delle norme citate: la corte, dopo aver accertato che nessuno assistette direttamente alla caduta, che la pavimentazione del vialetto era costituita da lastre appoggiate sul terreno, per loro natura non saldate e di conseguenza in taluni punti non perfettamente allineate, e che il percorso era noto alla ricorrente in quanto costituiva l’unica strada di percorrenza per l’uscita dalla scuola di ballo da lei abitualmente frequentata, ha attribuito – con accertamento in fatto non in questa sede rinnovabile – la responsabilità della caduta esclusivamente alla disattenzione della ricorrente, con esclusione quindi dell’esistenza di un nesso causale tra lo stato dei luoghi, dovuto a carente esercizio dell’obbligo di custodia da parte del Comune, e la caduta. Nel far ciò si è conformata ai principi di diritto in tema di responsabilità per custodia seguiti da questa Corte, in base ai quali il danneggiato è tenuto a dimostrare l’esistenza del nesso causale, ovvero che l’evento lesivo si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, della cosa, mentre il custode, per sottrarsi alla sua responsabilità (ricondotta alla categoria della responsabilità oggettiva nell’orientamento attualmente assolutamente prevalente di questa Corte di legittimità) deve dimostrare che il danno che si è verificato non si pone in rapporto di causalità con le condizioni del bene in custodia, atteso che un fatto dello stesso danneggiato o anche esterno, è intervenuto interrompendo il nesso causale.

La motivazione della corte d’appello è in piena armonia con la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha affermato che l’applicazione delle regole di cui all’art. 2051 c.c. presuppone sempre che il danneggiato dimostri il fatto dannoso ed il nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno e che, ove la cosa in custodia sia di per sè statica e inerte, il danneggiato è tenuto a dimostrare altresì che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno (sentenza 5 febbraio 2013, n. 2660). E’ stato poi riconosciuto che, ai fini di cui all’art. 2051 c.c., il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo del danneggiato (v. da ultimo le sentenze 18 settembre 2015, n. 18317, e 22 giugno 2016, n. 12895).E’ appena il caso di ricordare, inoltre, che la più recente giurisprudenza di questa Corte è andata ponendo in evidenza, sul punto in questione, due aspetti di fondamentale importanza: da un lato il concetto di prevedibilità dell’evento dannoso e dall’altro quello del dovere di cautela da parte del soggetto che entra in contatto con la cosa. Questa Corte ha definito il concetto di prevedibilità come concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo ed ha evidenziato che, ove tale pericolo sia visibile, si richiede dal soggetto che entra in contatto con la cosa un grado maggiore di attenzione, proprio perchè la situazione di rischio è percepibile con l’ordinaria diligenza (v. le sentenze 22 ottobre 2013, n. 23919, e 20 gennaio 2014, n. 999, nonchè le ordinanze 9 marzo 2015, n. 4661, e 6 luglio 2015, n. 13930).

Il bilanciamento tra l’obbligo di custodia e l’obbligo di prudenza comunque esistente in capo al fruitore della cosa è stato di recente puntualizzato da questa Corte nei termini che seguono (proprio in riferimento ad una fattispecie che traeva origine da una caduta accidentale su un marciapiede sconnesso e coperto di foglie): in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno e, ove la prima sia inerte e priva di intrinseca pericolosità, dimostrare, altresì, che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del secondo, nonchè di aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza, atteso che il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo dello stesso danneggiato. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto eziologiamente riconducibili alla condotta del ricorrente i danni da quest’ultimo sofferti a seguito di una caduta su un marciapiede sconnesso e reso scivoloso da un manto di foglie, posto che l’incidente era accaduto in pieno giorno, le condizioni di dissesto del marciapiede erano a lui note, abitando nelle vicinanze, e la idoneità dello strato di foglie a provocare una caduta era facilmente percepibile, circostanza che avrebbe dovuto indurlo ad astenersi dal transitare per quel tratto di strada) (Cass. n. 11526 del 2017).

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza della ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Pone a carico della ricorrente le spese sostenute dal controricorrente e le liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi, contributo spese generali e accessori.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 8 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2018

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Ho un procedimento penale in corso. Posso recarmi all’estero?

Scusi avvocato, visto il procedimento penale in corso posso andare all’estero per le vacanze?

Spesso ci viene posta questa domanda a cui tentiamo qui di rispondere.

In linea generale ogni cittadino e’ libero, salvi gli obblighi di legge, di uscire dal territorio della Repubblica, valendosi di passaporto o di documento equipollente ai sensi delle disposizioni in vigore, e di rientrarvi.

Il passaporto e’ valido per tutti i Paesi i cui Governi sono riconosciuti dal Governo italiano.

Non possono, a norma della L. 1185/1967,  ottenere il passaporto:

a) coloro che, essendo a norma di legge sottoposti alla potesta’ tutoria, siano privi dell’assenso della persona che la esercita e, nel caso di affidamento a persona diversa, dell’assenso anche di questa; o, in difetto, dell’autorizzazione del giudice tutelare;

b) i genitori che, avendo figli minorenni, non ottengano l’autorizzazione del giudice tutelare; l’autorizzazione non e’ necessaria quando il richiedente abbia l’assenso dell’altro genitore, o quando sia titolare esclusivo della responsabilita’ genitoriale sul figlio;

c) coloro che debbano espiare, e quindi siano stati condannati in via definitiva ad una pena restrittiva della liberta’ personale o soddisfare una multa o ammenda, salvo per questi ultimi il nulla osta dell’autorita’ che deve curare l’esecuzione della sentenza, sempreche’ la multa o l’ammenda non siano gia’ state convertite in pena restrittiva della liberta’ personale, o la loro conversione non importi una pena superiore a mesi 1 di reclusione o 2 di arresto;

d) coloro che siano sottoposti ad una misura di sicurezza detentiva ovvero ad una misura di prevenzione prevista dagli articoli 3 e seguenti della legge 27 dicembre 1956, n. 1423.

All’atto della presentazione della domanda per il rilascio del passaporto, l’interessato deve comprovare nei modi di legge la sua identita’, il possesso della cittadinanza italiana e lo stato di famiglia.

Deve inoltre dichiarare per iscritto se sia o meno sottoposto a procedimento penale.

A norma dell’art. 281 c.p.p. inoltre in pendenza di un procedimento penale può essere adottata la misura cautelare del divieto di espatrio in presenza dei requisiti previsti dagli artt. 273 e 274 c.p.p:

  1. gravi indizi di colpevolezza

  2. specifiche esigenze attinenti alle indagini

  3. pericolo di fuga

  4. pericolo che si commettano gravi reati con uso di armi o pericolo di reiterazione del reato.

 

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Nuovo limite di reddito per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato (marzo 2018)

Con Decreto del Ministero della Giustizia del 16 gennaio 2018, pubblicato in Gazzetta Ufficiale Serie Generale nr. 49 del 28.02.2018, il limite di reddito per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è fissato in € 11.493,82.

 

(In parole semplici, se avete un reddito inferiore ad € 11.493,82 potete chiedere di essere ammessi al patrocinio a spese dello Stato.)

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I requisiti di legge per il sito di e-commerce

photo by Cassa Rurale Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra.

 

Il 9 novembre, a Mezzocorona, all’Auditorium della Cassa Rurale, si è tenuto il secondo workshop e-commerce, organizzato dalla Cassa Rurale Lavis-Mezzocorona-Valle di Cembra e da Impact Hub.

Con l’ottimo Pietro De Grandi, abbiamo parlato di come costruire un sito di e-commerce.

Pietro dal punto di vista di un efficace marketing, io dal punto di vista legale, spiegando che i due aspetti non sono inconciliabili  e che spesso i requisit chiesto dalla legge combaciano con i suggerimenti del marketing.

Qui un resoconto dell’incontro.

Qui sotto le slide del mio intervento.

 

 

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LA NEGOZIAZIONE ASSISTITA NELLA SEPARAZIONE E NEL DIVORZIO.

Crash Symbols

La negoziazione assistita è uno strumento per la risoluzione alternativa delle controversie introdotto dal D. l. 132/2014 poi convertito nella L. 162/2014 con l’obiettivo di dettare “misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile”.

Consiste in un accordo (o convenzione) con cui le parti tra cui è sorta una controversia si impegnano a risolverla bonariamente in via stragiudiziale con l’assistenza di avvocati senza andare davanti al Giudice.

L’art. 6 della citata legge consente di usare questo strumento di risoluzione alternativa delle controversie anche in materia di famiglia.

La coppia che consensualmente vuole separarsi o divorziare non dovrà piu necessariamente rivolgersi al giudice, ma avrà la possibilità di scegliere tra le seguenti strade:

  1. presentare un ricorso congiunto al Tribunale e ottenere l’omologa della separazione,
  2. presentare un ricorso congiunto ed ottenere la sentenza che pronuncia lo scioglimento del matrimonio o la cessazione dei suoi effetti civili,
  3. oppure scegliere la negoziazione assistita da avvocati (art. 6, D.L. 132/2014)
  4.  o la conclusione di un accordo presso l’ufficio dello Stato Civile, in presenza di determinate condizioni (art. 12). Ne abbiamo già parlato in altro articolo.

Lo strumento della negoziazione assistita prevista dall’art. 6 può essere quindi usato per concordare

  • una soluzione consensuale di separazione personale tra coniugi,

  • di cessazione degli effetti civili o di scioglimento del matrimonio (nei casi di cui all’art. 3, 1° comma, n. 2, lett. b) della l. n. 898/1970),

  • di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio precedentemente stabilite.

Tale strumento è utilizzabile sia in assenza che in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti.

Nel primo caso l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita e’ trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarita’, comunica il nullaosta agli avvocati, i quali dovranno trasmettere, entro il termine di dieci giorni, all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto, copia autenticata dell’accordo.

Nel secondo caso l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso entro il termine di dieci giorni al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza.

Quando ritiene che l’accordo non risponda all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti.

Una volta autorizzato, l‘accordo è equiparato ai provvedimenti giudiziali di separazione, divorzio o modifica delle condizioni di separazione e divorzio.

Gli avvocati che assistono le parti (almeno uno per parte) hanno il potere di autentica e di certificazione delle sottoscrizioni autografe delle parti, della dichiarazione di mancato accordo, nonché della conformità della convenzione alle norme imperative e all’ordine pubblico.

 

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