la giustizia è uguale per tutti… le chiappe no!

Nei giorni scorsi ho avuto un colloquio con un cliente, detenuto – mio malgrado  – presso il carcere di Trento. I tempi in carcere sono lunghi e così mentre le guardie scortavano il detenuto fino alla sala colloqui, ho aspettato nella sala d’attesa per gli avvocati. Sono rimasto sorpreso nel vedere che oltre ad una scrivania ed a qualche sedia, c’era pure un bel divano in similpelle.

Visto che l’attesa si prolungava esco sul corridoio e faccio qualche passo, ed un paio di porte dopo la sala d’attesa degli avvocati, trovo la sala d’attesa per i detenuti. Guardo attraverso lo spioncino e vedo solo due panche di legno. Nessuna scrivania e nessuna sedia. Nessun divano. Solo due panche. Mi pare che ci sia qualcosa di sbagliato. Non è un pensiero razionale, e sulle prime non so spiegarlo bene, ma ho la netta sensazione che si faccia una distinzione che non ha motivo di essere.

Mi ricordo dei primi colloqui con i detenuti e lo stupore (o la perplessità) nel notare che le sedie dei detenuti erano sempre meno belle, più spartane e più scomode delle sedie degli avvocati. E se ricordo bene, una guardia carceraria si era preso la briga di far alzare il detenuto per darmi la sua sedia che sembrava più bella (visto il livello di entrambe le sedie, non so come abbia fatto a distinguerle).

Dopo un po’ mi ero abituato alla cosa e non vi avevo più fatto caso. L’avevo nuovamente notato poco tempo fa, in occasione della prima visita al carcere di Trento, quando mi ero accorto che le sedie per i detenuti erano un po’ meno belle di quelle per gli avvocati ed avevo così capito che la distinzione era voluta e perseguita e non dovuta alle sedie “raccogliticce” del vecchio carcere di Rovereto.

Adesso, la differenza tra il divano e le ruvide panche di legno, stride ancora di più.

Forse c’è un motivo che io non riesco a vedere, forse è previsto da qualche regolamento ministeriale, ma proprio non comprendo la ragione di queste distinzioni.

I ruoli di avvocato e cliente-detenuto sono già chiari (non fosse altro perché dopo il colloquio io posso uscire e loro no) e non vedo motivi per rimarcarla con una differenza di sedie che sembra più voler indicare una differenza di censo o di posizione sociale.

Riflettendoci, ci si accorge che queste piccole differenze (su cui spesso si sorvola ed a cui ci si abitua in fretta – soprattutto se si è seduti sulla sedia comoda) sono delle piccole umiliazioni, delle piccole vessazioni che sembrano avere il solo scopo di ridurre la dignità del detenuto e sottolineare la sua posizione di “reietto” della società.

Ripeto: forse c’è una ragione, ma ho avuto la netta sensazione di essere in presenza di una diseguaglianza ingiustificata.

Poi è arrivato il cliente, e ci si è concentrati sulla linea difensiva, ognuno seduto sulla propria sedia – senza fare troppo caso a come fosse. Ed allora mi fa sorridere pensare che c’è qualcuno, al Ministero o in qualche altra “segreta stanza” che investe tempo ed energia a pensare e stabilire come devono essere le sedie per avvocati e come devono essere quelle per i detenuti, con l’unico risultato di dare argomenti di riflessione a qualche legale che deve ammazzare il tempo mentre attende il cliente.

Però, uscendo dal colloquio e dirigendomi all’uscita, mentre già pregustavo una boccata d’aria, ho avuto un’altra piccola sorpresa: la sala d’attesa dei magistrati ha la scrivania e le sedie, ma è senza divano! Vorrà dire qualcosa? Che l’oscuro funzionario del Ministero sia così malizioso?

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