le liberalizzazioni

Non sono per nulla contrario alle recenti liberalizzazioni, che prevedono l’abolizione delle tariffe ed introducono l’obbligo di pattuire per iscritto il compenso al momento del conferimento dell’incarico.

Crea sicuramente difficoltà e problemi, dato che si tratta quasi di una rivoluzione copernicana per gli avvocati, ma proprio in quanto tale può costituire un’ottima occasione per chi la saprà cogliere.

Partiamo dalle difficoltà, anche se in tanti le hanno già evidenziate.

Pattuire il compenso al momento del conferimento dell’incarico, non è sicuramente semplice: ogni causa (ed in generale ogni pratica) ha una sua storia, un suo percorso, un suo grado di difficoltà, che è molto difficile preventivare al momento del conferimento dell’incarico, non foss’altro perché non si conosce l’atteggiamento che assumerà controparte e neppure le contestazioni di controparte che potrebbero cambiare (e non di poco) l’idea che ci eravamo fatti del possibile andamento della vertenza.

L’abolizione delle tariffe, comporta poi altre difficoltà.

In primo luogo perché gli avvocati non si rapportano solo con il cliente e spesso la loro attività si estrinseca anche nei confronti di una controparte. Ecco, nei confronti di controparte, le tariffe avevano una funzione. Quando spedisco una raccomandata, e chiedo a controparte il pagamento delle spese legali, le calcolo sulla base delle tariffe approvate con un decreto ministeriale e quindi le mie spese sono giustificate da una “fonte terza” (il decreto ministeriale). In mancanza di tariffe, ogni avvocato potrebbe chiedere la cifra che preferisce, ed ogni controparte contestare l’importo delle spese legali, col paradosso che si potrebbe andare in causa solo per discutere dell’onorario dell’avvocato (sempre che non sia il cliente che alla fine se lo accolla…).

Problemi simili si hanno con l’atto di precetto o con il calcolo delle spese successive alla sentenza in caso di vittoria. In entrambi i casi, gli avvocati utilizzavano le tariffe professionali per calcolare in maniera certa ed incontestabile gli onorari di quella parte di attività che non era stata liquidata dal Giudice.

Non si sa poi come liquideranno le spese i giudici. Il decreto dice che “nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante“, ma fino ad ora tale decreto non è stato emanato e già si riscontrano le prime difficoltà. Questa forse è la maggiore critica che può essere fatta al decreto. Si può accettare l’abolizione delle tariffe, ma non si può accettare che la gestione della conseguenze pratiche venga lasciata ad un decreto che – nella peggior tradizione italiana – rimane “da emanare” non si sa bene quando. E la nota del Ministero, secondo cui in mancanza del decreto si applicano le vecchie tariffe alla stregua degli usi così come previsto dall’art. 2233 è paradossale, perché fa rivivere e legittima le tariffe appena abolite!

Sono peraltro convinto che quelle appena descritti siano difficoltà più pratiche che di principio e che le conseguenze positive del decreto siano sicuramente maggiori.

In primo luogo, vi potrà essere un miglior rapporto con il cliente. Spesso il cliente ha timore o evita di andare dall’avvocato perché teme di essere “spennato”. Se invece l’avvocato riesce a spiegare l’attività che andrà a fare ed i relativi costi, il cliente avrà anche una giustificazione del prezzo e sapendo quello che andrà a spendere (e perché lo spende) vi saranno meno contestazioni al momento del pagamento.

Inoltre, la chiarezza nella determinazione del preventivo potrà portare con sé anche un rapporto più chiaro e diretto per quanto riguarda i pagamenti: se io sono chiaro nei costi, tu – cliente – devi essere chiaro e corretto nei pagamenti (che magari possono essere rateali) e se non rispetti i patti, cerchi un altro avvocato.

Certamente l’abolizione delle tariffe sulle prime ci crea qualche difficoltà, perché toglie agli avvocati dei punti di riferimento certi per calcolare l’onorario; perché ci costringe a pensare a criteri alternativi per valutare il nostro lavoro (dal forfait, al patto di quota lite, alla tariffa oraria); perché ci costringe a “perdere tempo” per scrivere preventivi e contratti, cercando di prevedere tutte le ipotesi e non lasciare nulla al caso.

Ma l’abolizione delle tariffe e l’obbligo di pattuire il compenso, anche per iscritto se richiesti, sono positivi perché ci costringono a cambiare mentalità ed atteggiamento. In definitiva ci impediscono – quando ci viene chiesto un preventivo sui costi della pratica /causa – di nasconderci dietro la classica frase “è difficile dirlo a priori, dobbiamo vedere come va la causa, come si comporta controparte e come si comporta il giudice, vedremo alla fine” (tutte cose vere, peraltro…). E costringono ad una chiarezza su attività e costi che fino ad ora non era comune.

In definitiva, preventivi e contratti ci permetteranno di costruire un “nuovo patto” tra cliente ed avvocato, fondato su maggior trasparenza e maggior chiarezza, e permetteranno alla categoria (o a quella parte di essa che saprà cogliere l’occasione) di togliersi di dosso la nomea di “esosi azzeccagarbugli” e di riguadagnare quella fiducia ed autorevolezza ampiamente persa negli ultimi anni.

 

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