donne avvocato e pari opportunità

Dal Corriere del Trentino del 6 dicembre 2011

“DONNE AVVOCATO E PARI OPPORTUNITA’

Colgo l’occasione della pubblicazione sul Correre del Trentino del 2 dicembre dell’articolo “Manager, poche le donne” per esprimere alcune osservazioni sulla situazione delle donne nel mondo delle professioni ed in particolare dell’avvocatura.

 La condizione femminile nell’avvocatura, che é stata oggetto di un recente studio commissionato al Censis dal Consiglio nazionale forense e dall’associazione giovani avvocati, ha molti tratti in comune con quella della donna imprenditrice fotografata nell’articolo di Maddalena Vialli. L’accesso e la partecipazione delle donne professioniste al mercato del lavoro, come per le donne lavoratrici in generale, è innanzitutto condizionata da ostacoli legati alle problematiche della conciliazione tra vita lavorativa e responsabilità familiari .Secondo il nostro modello culturale e sociale il fardello delle responsabilità familiari grava in primis sulla donna, in quanto madre e moglie. È chiaro che la professione di avvocato è condizionata dal tempo disponibile ad esercitarla e, come è ovvio, per le donne c’è una notevole difficoltà a trovare un’equilibrata distribuzione delle energie tra i tempi professionali e quelli di vita. È evidente che la donna non dispone dello stesso tempo dell’uomo da dedicare alla professione ma anche che i tempi del lavoro spesso mal si conciliano con i tempi della famiglia, tanto più in una professione che è ancora organizzata su un modello maschile di riferimento.

Una donna avvocato madre di famiglia a serata inoltrata deve dedicarsi alle sue responsabilità familiari, perché nidi e asili chiudono e non ci sono servizi che tengano, mentre il collega maschio può restare in studio sino a tardi, può partecipare alle riunioni che solitamente si svolgono sempre nel tardo pomeriggio e non ha alcun ostacolo a dedicarsi ad attività di public relations, che ne aumentino la visibilità.

 Molti sono poi gli stereotipi e i luoghi comuni con cui la donna avvocato deve fare i conti. Si ritiene comunemente ad esempio che le donne siano più “brave” ad occuparsi del cosiddetto contenzioso di massa, ossia di questioni familiari e condominiali, contrattuali o infortunistica, mentre sono ritenuti tipicamente maschili settori specificamente tecnici e guarda caso più redditizi, quali il diritto societario, tributario e della tutela contro la Pubblica amministrazione. Spesso le donne devono scontare il pregiudizio di essere ritenute meno affidabili perché meno capaci o perché troppo occupate a pensare alla loro famiglia o a seguire la loro vocazione materna. Mi viene in mente un episodio accadutomi mentre ero in gravidanza: una cliente, oltretutto donna, mi disse che immaginava che avrebbe dovuto cambiare avvocato una volta nata mia figlia perché io mi sarei ritirata dal lavoro per dedicarmi esclusivamente alla famiglia. Fui costretta a rassicurarla che non avrei abbandonato il lavoro!

Sarebbero proprio questi ostacoli alcuni dei fattori che determinano la marcata differenza tra le retribuzioni delle avvocate donne rispetto ai colleghi uomini, oltre al fatto che spesso le donne avvocato occupano una posizione di subalternità all’interno dello studio legale. La componente femminile dell’avvocatura italiana, che ormai supera il 48%, guadagna infatti meno della metà dei colleghi maschi.

C’è una progressiva femminilizzazione della professione, ma a fronte di una situazione economica di totale sfavore.

Ad influire negativamente sui redditi delle donne avvocato è anche il fatto che sono poco rappresentate nelle sedi decisionali, dove si assumono le decisioni e si prendono i provvedimenti che possono influire sul loro sviluppo. Al 31.12.2010 a livello nazionale la componente femminile degli organi di governo della categoria, i Consigli degli Ordini degli avvocati, si attestava sul 25%. Su 165 Ordini territoriali, solo 14 avevano una donna avvocato al vertice. Possiamo affermare quindi raggiunta la parità formale, numerica, tra avvocati donne e avvocati uomini. Ciò però non corrisponde a pari opportunità. E la strada da fare è ancora molta, anche se qualche progresso è stato fatto, grazie anche alla diffusione a livello nazionale dei comitati per le pari opportunità.

Innanzitutto occorre sensibilizzare le stesse donne avvocato sui problemi di disagio e di discriminazione che ancora gravano sulla condizione femminile.

Le avvocate necessitano poi di sostegni allo svolgimento della loro attività lavorativa per crescere e rafforzare la loro collocazione sul mercato. Sarebbe quindi importante introdurre delle forme di incentivazione all’apertura dello studio, come accade per le donne imprenditrici.

Sarebbero fondamentali politiche fiscali eque: la professionista in stato di gravidanza a rischio o che non fattura per particolari esigenze personali connesse alla cura dei figli,  dovrebbe poter godere di un regime speciale di accertamento fiscale.

Fondamentali sono poi i servizi alla famiglia nell’ottica di una migliore conciliazione vita-lavoro.

Da ultimo ma non meno importante, occorre aumentare la presenza delle donne avvocato negli organismi di categoria e nelle sedi decisionali che contano, anche eventualmente con l’introduzione delle quote rosa – avvilenti ma necessarie, se non si avrà a breve un’inversione di tendenza.”

Marcella Robol

Avvocato e Presidente del Comitato pari opportunità presso l’Ordine degli avvocati di Rovereto.

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