Riflessioni sulla libertà di espressione

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Riporto qui un mio intervento pubblicato sul quotidiano L’Adige di oggi.

Qualche giorno fa è stato pubblicato su L’Adige un interessante intervento dell’avvocato Nicola Canestrini sulla difesa della libertà di espressione e di satira dopo i noti fatti di Charlie Hebdo e sull’importanza di difendere la libertà di espressione (di cui la libertà di satira è un corollario) per difendere la democrazia.

È un intervento che ci trova tutti d’accordo, perché questi sono i principi fondamentali della nostra cultura, che ha elaborato questi concetti per alcuni secoli e ormai noi, intesi come noi occidentali, li abbiamo introiettati (chi più, chi meno).

Il problema si pone in tutta la sua evidenza quando dobbiamo confrontarci con una cultura diversa, che ha altre basi ed altre radici.

Ed è ancora più evidente nel caso della satira. La battuta satirica non si presta ad essere spiegata, ma va capita al volo. E ci aiuta a capirla la nostra cultura, le nostre nozioni, che vengono spiazzate e ridicolizzate dal paradosso contenuto nella satira. Ma se manca il retroterra culturale, se manca un background comune, la satira ha difficoltà a venire compresa, e può essere intesa come provocazione.

Non si tratta solo del caso estremo di Charlie Hebdo e del dibattito che ne è seguito sull’opportunità di pubblicare quelle vignette provocatorie che potevano offendere una parte del mondo musulmano e provocare la reazione violenta di un terrorista.

La questione si è posta anche da noi, nel mondo occidentale, dove dovrebbe esserci un retroterra culturale più facilmente condiviso.

La giurisprudenza ha dovuto più volte farsi carico di stabilire la portata e i limiti della libertà di espressione e particolarmente nel caso di argomenti controversi, di espressioni o atti che apparivano oltraggiosi. Basti solo pensare alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che ha sancito che bruciare la bandiera a stelle e strisce rientrava nella libertà di espressione.

Sempre la Corte Suprema, per stabilire cosa doveva essere considerato osceno ha preso come riferimento la persona media e gli standard della comunità.

Ma se è facile stabilire quali siano i principi della persona media in una comunità ristretta, come ci si comporta in una comunità molto estesa, magari estesa al mondo intero, dato che quello che pubblico in Francia o in Italia, grazie ad Internet è visibile in tutto il mondo? Devo applicare gli standard della comunità francese, di quella italiana o di quella mondiale? E quali sono questi standard? Pochi giorni dopo l’attentato di Parigi, una Corte Turca ha vietato l’accesso ad alcuni siti che pubblicavano la copertina di Charlie Hebdo, perché presentava un immagine del Profeta Maometto. Quello che a noi appare lecito, per una Corte Turca appare eccessivo secondo gli standard della loro comunità.

Ma non è necessario rapportarci a culture diverse dalla nostra per vedere quanto sia difficile stabilire i limiti della libertà di espressione e di satira.

Oggi si discute della vignetta pubblicata in Grecia in cui è ritratto del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble vestito da nazista e che è stata definita “infelice”.

Pochi giorni dopo i fatti di Charlie Hebdo, quando tutti gli occidentali sembravano pronti a difendere ad ogni costo la libertà di espressione, il comico francese Dieudonné è stato arrestato con l’accusa di apologia del terrorismo, perché aveva pubblicato su Facebook un messaggio in cui diceva di sentirsi “Charlie Coulibaly”: aveva ripreso la frase “Je suis Charlie” e l’aveva unita al cognome di uno dei terroristi dell’attentato parigino: Ahmedy Coulibaly.

E quindi, la sua non era satira? Non era provocatoria ed offensiva come potevano essere le vignette di Maometto per la Corte Turca?

Dieudonné ci ha costretti a confrontarci con la difficoltà di stabilire i limiti della satira e della libertà di espressione appena si supera il limite di ciò che viene considerato accettabile e di buon gusto. Siamo pronti a sostenere a parole che la satira può essere dissacratoria ed anche di cattivo gusto, ma siamo capaci di sostenerlo nei fatti?

Le domande sono tante e non credo che sia possibile dare una risposta facile ed univoca. Perché spesso la risposta è soggettiva, in quanto la valutazione, che viene fatta secondo la propria sensibilità, è soggettiva. Perché il problema è ancora quello evidenziato dal Giudice statunitense John Harlan ancora nel 1971: “One man’s vulgarity is another’s lyric”. Una frase che può essere anche letta come un invito alla tolleranza.

Fabrizio Casetti

avvocato

NOTA: questo è il testo originale del mio intervento. Nell’articolo pubblicato alcune frasi, ad esempio l’ultima, sono state tagliate per esigenze di spazio.

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