Le principali novità del Decreto Green Pass bis in materia di diritto del lavoro privato

Il Decreto-legge 21 settembre 2021, n. 127 (il Decreto Green Pass bis) è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 226 del 21 settembre 2021. Il Decreto Green Pass bis ha previsto l’estensione dell’ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 (c.d. “Green Pass”) al personale delle amministrazioni pubbliche e a quello del settore privato, ivi inclusi i lavoratori autonomi e i collaboratori familiari (badanti, colf e babysitter) e a tutti i soggetti che prestano, a qualsiasi titolo (anche in forza di contratti esterni), la propria attività lavorativa, formativa o di volontariato nei luoghi di lavoro.

di Francesco D’Avanzo – Associate, studio legale Gattai, Minoli, Partners

Il Decreto-legge 21 settembre 2021, n. 127 (il Decreto Green Pass bis) è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 226 del 21 settembre 2021. Il Decreto Green Pass bis ha previsto l’estensione dell’ambito applicativo della certificazione verde COVID-19 (c.d. “Green Pass”). Di seguito le principali novità in materia di lavoro privato e alcune riflessioni in materia di mensa aziendale, smart working e privacy.

Durata

Dal 15 ottobre al 31 dicembre 2021 (termine di cessazione del periodo di emergenza).

Oggetto

A chiunque svolga un’attività lavorativa come da punto 3 che segue è fatto obbligo, ai fini dell’accesso nei luoghi in cui tale attività è svolta, di possedere ed esibire su richiesta la certificazione verde COVID-19 (“Green Pass”).

Ambito di applicazione

Personale delle amministrazioni pubbliche e degli uffici giudiziari.

Personale del settore privato, ivi inclusi i lavoratori autonomi e i collaboratori familiari (badanti, colf e babysitter). L’obbligo di Green Pass è esteso a tutti i soggetti che prestano, a qualsiasi titolo (anche in forza di contratti esterni), la propria attività lavorativa, formativa o di volontariato nei luoghi di lavoro. Dunque, l’obbligo è da considerarsi esteso a lavoratori di appaltatori, fornitori, lavoratori somministrati, lavoratori distaccati, tirocinanti e stagiaire, volontari, agenti e chiunque acceda ai locali aziendali a vario titolo per lo svolgimento della propria attività lavorativa, di formazione o di volontariato.

Esenzione

L’obbligo di possesso ed esibizione del Green Pass non si applica ai soggetti esenti dalla campagna vaccinale sulla base di idonea certificazione medica rilasciata secondo i criteri definiti con circolare del Ministero della Salute. In assenza di ulteriori specifiche, sino al 30 settembre 2021, il rilascio dei certificati di esenzione alla vaccinazione è demandato ai medici di medicina generale, ai pediatri e ai medici vaccinatori che operano presso le strutture di vaccinazione (Circolare n. 35309/2021 del Ministero della salute).

Il datore di lavoro non è autorizzato al trattamento diretto di questo dato sanitario. Il certificato di esenzione alla vaccinazione dovrà essere fornito dal lavoratore al medico competente, il quale si limiterà a informare il datore circa i lavoratori ai quali non deve essere svolto il controllo del Green Pass, senza ulteriori trattamenti di dati sanitari degli interessati.

Modalità operative di controllo

La verifica del Green Pass deve essere svolta con le modalità indicate dall’art. 13 DPCM 17 giugno 2021 adottato in attuazione dell’art. 9, comma 1, D.L. 22 aprile 2021, n. 52, come segue:

– la verifica del Green Pass è effettuata mediante scansione del QR code del Green Pass con l’app per cellulari “VerificaC19” (scaricabile gratuitamente sugli app stores), che consente unicamente di controllare l’autenticità, la validità e l’integrità della certificazione, e di conoscere le generalità dell’intestatario, senza rendere visibili le informazioni che ne hanno determinato l’emissione;

– i soggetti delegati al controllo devono essere incaricati con atto formale che contiene le istruzioni necessarie per la verifica. Questi soggetti possono essere dipendenti della società oppure soggetti esterni (a esempio, dipendenti delle società appaltatrici dei servizi di sicurezza, reception). Si suggerisce di inserire nell’atto formale anche una nomina dei soggetti delegati al controllo quali autorizzati al trattamento, ai sensi degli artt. 29 del Regolamento (UE) 2016/679 (“GDPR”) e 2-quaterdecies del D.Lgs. n. 196/2003 ss.mm.ii. (“Codice privacy”), con istruzioni anche in relazione al trattamento dei dati personali connessi al controllo del Green Pass e alla gestione dei soggetti che ne siano sprovvisti.

Le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche del possesso del Green Pass devono essere individuate dal datore di lavoro entro il 15 ottobre 2021, considerando che:

– i controlli devono avvenire prioritariamente al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro e solo ove questo sia possibile;

– il datore deve individuare con atto formale le persone incaricate del controllo. I controlli possono essere effettuati anche a campione.

Sanzioni per i lavoratori del settore privato

I lavoratori non in possesso del Green Pass (o con Green Pass scaduto), al momento dell’accesso ai locali aziendali, sono considerati assenti ingiustificati fino alla presentazione del Green Pass e comunque non oltre il 31 dicembre 2021:

– senza conseguenze disciplinari;

– con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro;

– senza diritto alla retribuzione o altro compenso o emolumento per i giorni di assenza ingiustificata.

Imprese con meno di 15 dipendenti: dopo il quinto giorno di mancata presentazione del Green Pass, il datore di lavoro può sostituire, e dunque sospendere il lavoratore, un periodo non superiore a dieci giorni e rinnovabile per una sola volta. In ogni caso, il termine ultimo di tale sostituzione è il 31 dicembre 2021.

In caso di accesso ai luoghi di lavoro da parte di lavoratori privi di Green Pass:

– restano ferme le conseguenze disciplinari secondo i rispettivi ordinamenti di settore;

– trova applicazione una sanzione pecuniaria da Euro 600,00 a Euro 1.500,00.

Sanzioni per i datori di lavoro del settore privato

In caso di:

– omessa verifica del possesso dei lavoratori (come individuati ai punti 3 e 4 che precedono) del Green Pass;

– omessa definizione delle modalità operative per la verifica del possesso dei lavoratori del Green Pass entro il 15 ottobre 2021;

– accesso ai luoghi di lavoro da parte di lavoratori privi di Green Pass;

trova applicazione una sanzione pecuniaria da Euro 400,00 a Euro 1.000,00 (raddoppiata in caso di reiterata violazione).

Modalità di irrogazione delle sanzioni pecuniarie

Le sanzioni verranno irrogate dal Prefetto con l’ausilio delle Forze di polizia, del personale ispettivo dell’azienda sanitaria locale e dell’Ispettorato del lavoro.

Mensa aziendale

Con FAQ pubblicata il 15 agosto 2021, il Governo ha specificato che anche l’accesso alla mensa aziendale e ai locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, è consentito ai soli lavoratori in possesso di Green Pass.

Il controllo dovrà essere effettuato dalla società che eroga il servizio di ristorazione:

– il datore di lavoro (se eroga direttamente il servizio); oppure

– l’azienda appaltatrice del servizio.

Tale obbligo è attualmente già attivo.

Smart working

Il Decreto Green Pass bis non dà indicazioni in merito al lavoratore privo di Green Pass che chieda di poter lavorare in smart working. La gestione di questi casi è rimessa, quindi, al datore di lavoro che dovrà valutare caso per caso. Anzitutto, bisognerà verificare se le mansioni del lavoratore siano compatibili con la modalità agile di svolgimento della prestazione lavorativa. In questo caso, sulla base del principio di buona fede, il datore di lavoro potrebbe consentire il lavoro da remoto (a maggior ragione se il lavoratore abbia già svolto la prestazione in smart working durante il periodo emergenziale). Ciò detto, poiché la scelta sulle modalità di svolgimento della prestazione lavorativa spetta al datore di lavoro, ove quest’ultimo chiedesse al lavoratore di essere presente in ufficio (ad esempio per una riunione con un cliente oppure nel rispetto delle regole di alternanza del lavoro in presenza e da remoto, adottate prima dell’entrata in vigore del Decreto Green Pass Bis), ci sarebbero buoni argomenti per difendere l’applicazione delle sanzioni di cui al punto 6, in mancanza di Green Pass.

Privacy

In mancanza di indicazioni sugli aspetti privacy nel Decreto Green Pass bis e, alla luce della normativa in materia di trattamento dei dati personali, di seguito alcune indicazioni operative:

Come anticipato al punto 5, si suggerisce di inserire nell’atto formale anche una nomina dei soggetti delegati al controllo quali autorizzati al trattamento, con istruzioni sul trattamento dei dati personali relativi al controllo del Green Pass e alla gestione dei soggetti che ne siano sprovvisti;

Si ritiene necessario predisporre un’informativa sul trattamento dei dati personali effettuato mediante la verifica del Green Pass (che potrà essere inviata ai dipendenti via email, affissa all’ingresso o consegnata in cartaceo a ogni singolo soggetto sottoposto a verifica – questo sistema può essere considerato per i lavoratori di terzi che accedono ai locali aziendali).

Da valutare anche l’opportunità di effettuare una DPIA (data protection impact assessment) ai sensi dell’art. 35 del GDPR. Al momento il Garante non ha chiarito se sia necessaria nel caso specifico. Secondo l’art. 35 del GDPR la DPIA è necessaria per i trattamenti di dati che “per natura, oggetto, contesto e finalità, possano presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche”. Anche se mediante semplice consultazione attraverso la lettura di QR code, in fase di verifica si effettua un trattamento di dati che può determinare il divieto di accesso ai locali aziendali e, in taluni casi, la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione. Sulla base di questi rilievi e in mancanza di specifiche indicazioni del Garante che espressamente escludano l’obbligo di DPIA, si ritiene consigliabile procedere con una valutazione d’impatto.

D.L. 21 settembre 2021, n. 127 – G.U. 21 settembre 2021, n. 226

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E’ reato non versare l’assegno di mantenimento ai figli minori nati fuori dal matrimonio

In tema di reati contro la famiglia, il delitto di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, previsto dall’art. 570-bis c.p., è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati da vincolo formale di matrimonio (Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 30/03/2021) 25-05-2021, n. 20721).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSTANZO Angelo – Presidente –

Dott. APRILE E. – rel. Consigliere –

Dott. AMOROSO Riccardo – Consigliere –

Dott. ROSATI Martino – Consigliere –

Dott. PATERNO’ RADDUSA Benedetto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Brescia;

nel procedimento nei confronti di:

B.F., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 17/09/2018 del Tribunale di Cremona;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Ercole Aprile;

letta la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Molino Pietro, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo

1. Con la sentenza sopra indicata il Tribunale di Cremona dichiarava B.F. responsabile del reato di cui all’art. 570 c.p., comma 1, così riqualificato il fatto originariamente contestato ai sensi della L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, in relazione alla L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies, per avere omesso – in (OMISSIS), con condotta perdurante – di corrispondere a G.S. l’assegno mensile fissato in 600 Euro dall’autorità giudiziaria civile per il mantenimento dei loro figli minori M. e Ma., nonchè di concorrere al 50% alle spese di natura straordinaria degli stessi figli.

2. Avverso tale sentenza ha presentato ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Brescia, il quale ha dedotto la violazione di legge, in relazione all’art. 570-bis c.p., per avere il Tribunale di Cremona, nel riqualificare il fatto contestato, erroneamente ritenuto che la fattispecie incriminatrice prevista da tale nuovo articolo non fosse applicabile al B. in quanto non coniugato con la madre dei due figli minori, laddove è pacifico che vi è continuità normativa tra tale fattispecie incriminatrice e quella prevista dalla citata della L. n. 54 del 2006, art. 3, che non deve, perciò, ritenersi abrogata.

3. Il procedimento è stato trattato nell’odierna udienza in camera di consiglio con le forme e con le modalità di cui al D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, commi 8 e 9, convertito dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176.

Motivi della decisione

1. Ritiene la Corte che il ricorso sia fondato.

2. Questa Corte si è già occupata della questione oggetto dell’impugnazione oggi in esame ed ha affermato che il delitto di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, l’educazione e l’istruzione dei figli, previsto dall’art. 570-bis c.p., è configurabile anche in caso di violazione degli obblighi di natura patrimoniale stabiliti nei confronti di figli minori nati da genitori non legati da vincolo formale di matrimonio, dato che, in relazione ai fatti commessi prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, va riconosciuta una continuità normativa tra la fattispecie prevista dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3 e quella prevista dal predetto art. 570-bis c.p. (così, tra le altre, Sez. 6, n. 55744 del 24/10/2018, G., Rv. 274943).

Al riguardo si è convincentemente chiarito come già in passato si fosse puntualizzato che il reato di cui al menzionato art. 3 era configurabile nel caso di omesso versamento da parte del genitore dell’assegno periodico disposto dall’autorità giudiziaria civile per il mantenimento anche dei figli nati fuori dal matrimonio: e ciò si era affermato non solo in base ad una lettura costituzionalmente orientata della disciplina, ma anche alla luce delle specifiche modifiche introdotte dalla L. 20 maggio 2016, n. 76 e dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 in materia di unioni civili e di responsabilità genitoriale nei confronti dei figli, che avevano imposto che le norme della L. n. 54 del 2006 dovevano ritenersi applicabili anche ai procedimenti relativi ai figli nati da genitori non coniugati (così, tra le molte, Sez. 6, n. 14731 del 22/02/2018, S., Rv. 272805).

All’adozione di tale soluzione interpretativa si è reputato non possa oggi considerarsi d’ostacolo la circostanza che il nuovo art. 570-bis c.p. indichi espressamente come soggetto attivo del reato il “coniuge”, in quanto una lettura sistematica di tale disposizione induce fondatamente a ritenere che il legislatore abbia parificato quella figura a quella di qualsiasi genitore: come si evince agevolmente dai lavori preparatori della legge con cui è stata introdotta la nuova fattispecie incriminatrice, da cui si desume in maniera inequivoca quale sia stata la voluntas legis, essendosi espressamente asserito che la nuova norma incriminatrice sarebbe stata destinata ad assorbire – dunque, senza alcun effetto di abolitio parziale – le previsioni dei previgenti della L. n. 898 del 1970, art. 12-sexies e della L. n. 54 del 2006, art. 3. Con la conseguenza della esistenza di una piena continuità normativa tra le disposizioni penali già dettate da tali norme, solo formalmente cancellate, e quella inserita nel codice penale con il più volte citato art. 570-bis.

E’, dunque, giuridicamente errata e va corretta, con ogni conseguenza di legge, la decisione adottata nel caso di specie dal Tribunale di Cremona.

3. A norma dell’art. 569 c.p.p., comma 4, la sentenza impugnata va annullata con rinvio alla Corte di appello di Brescia che nel nuovo giudizio si uniformerà al principio di diritto innanzi richiamato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per il giudizio alla Corte di appello di Brescia.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 30 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2021

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Violenza o minaccia non esauriscono il delitto di maltrattamenti in famiglia.

La violenza fisica o la minaccia non esauriscono il delitto di maltrattamenti, potendo lo stesso realizzarsi anche attraverso la grave ingiuria, la sistematica prevaricazione, l’umiliazione, la vessazione, le manifestazioni di aggressività verbale, tali da provocare nella vittima una condizioni di abituale prostrazione. (Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 27/04/2021) 06-05-2021, n. 17616)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FIDELBO Giorgio – Presidente –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. ROSATI M. – rel. Consigliere –

Dott. PATERNO’ RADDUSA B. – Consigliere –

Dott. SILVESTRI Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

L.F., nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 21/09/2020 del Tribunale di Cassino;

letti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Martino Rosati;

lette le conclusioni del Pubblico ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Dall’Olio Marco, che ha chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con atto del proprio difensore, L.F. impugna l’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Cassino del 21 settembre scorso, che ne ha convalidato l’arresto in flagranza per il delitto di maltrattamenti in danno della moglie.

In due distinti motivi, deduce violazione di legge e vizi di motivazione, in relazione:

I) all’ipotizzabilità del delitto di maltrattamenti, lamentando che il giudice abbia desunto il requisito essenziale dell’abitualità delle condotte vessatorie esclusivamente da quanto narrato dalla donna, in violazione delle regole di più rigorosa valutazione delle accuse provenienti dalla persona offesa, la quale, peraltro, avrebbe esposto in querela soltanto altri due episodi aggressivi;

II) alla sussistenza dello stato di flagranza, non rilevato dalla polizia giudiziaria attraverso percezione diretta, bensì solamente sulla base di quanto ad essa dichiarato dalla querelante.

2. Ha depositato requisitoria scritta il Procuratore generale, concludendo per l’inammissibilità del ricorso.

Motivi della decisione

1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

In tema di arresto obbligatorio in flagranza, il giudice della convalida deve operare un controllo di mera ragionevolezza, ponendosi nella stessa situazione della polizia giudiziaria, sulla base degli elementi al momento da questa conosciuti o conoscibili.

Nello specifico, le dichiarazioni della persona offesa e la situazione obiettiva presentatasi alla vista degli operatori di polizia intervenuti (moglie e figlio sedicenne dell’indagato, in piena notte, seduti sulle scale del condominio, entrambi in lacrime) rendevano ampiamente giustificabile la valutazione d’ipotizzabilità del reato di maltrattamenti, immediatamente denunciato dalla donna e formalizzato in querela qualche ora dopo.

Inconferente è il riferimento compiuto dal ricorrente alla giurisprudenza in tema di valutazione delle dichiarazioni della persona offesa: non soltanto perchè, attraverso di esso, si pretende un sindacato sulla capacità dimostrativa di tale elemento di prova, che non è consentito al giudice di legittimità; ma altresì in quanto i parametri valutativi invocati attengono al giudizio di colpevolezza, il quale poggia su presupposti completamente differenti da quelli sufficienti per la convalida dell’arresto.

2. Il secondo motivo non è fondato.

Se pure è vero che gli operatori di polizia intervenuti non hanno assistito a manifestazioni di violenza fisica o di minaccia dell’indagato verso la persona offesa, va osservato che tali condotte non esauriscono il delitto di maltrattamenti nè, anzi, sono indispensabili per la relativa integrazione, potendo lo stesso realizzarsi anche attraverso la grave ingiuria, la sistematica prevaricazione, l’umiliazione, la vessazione, le manifestazioni d’irosa aggressività verbale, tali da provocare nella vittima una condizione di abituale prostrazione.

Nell’ipotesi specifica, dunque, tanto più ove si consideri il limitato ambito di verifica consentito alla polizia giudiziaria in sede di arresto, le anzidette condizioni nelle quali gli agenti di polizia hanno rinvenuto la persona offesa legittimamente sono state reputate sintomatiche di una condotta gravemente prevaricatrice ancora in atto ai suoi danni o, comunque, cessata immediatamente prima.

3. Il ricorso, dunque, dev’essere respinto, con conseguente condanna ai pagamento delle spese di giudizio (art. 616 c.p.p.).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 27 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 maggio 2021

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All’ex moglie spetta l’assegno divorzile per i suoi sacrifici personali e professionali per essersi dedicata in solitudine alla famiglia e a un figlio gravemente malato.

Il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Si devono valutare le condizioni economico-patrimoniali delle parti, il contributo fornito da entrambi alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto all’assegno”. La funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI MARZIO Mauro – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30541-2019 proposto da:

M.V., elettivamente domiciliato presso la cancelleria della CORTE DI CASSAZIONE, PIAZZA CAVOUR, ROMA, rappresentato e difeso dagli Avvocati ALESSANDRA CARLIN, ROBERTA PEDROTTI;

– ricorrente –

e contro

G.L.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 165/2019 della CORTE D’APPELLO di TRENTO, depositata il 04/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 12/01/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GIULIA IOFRIDA.

Svolgimento del processo

La Corte d’appello di Trento, con sentenza n. 165/2019, depositata in data 4/7/2019, ha sostanzialmente confermato la decisione di primo grado che, dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario contratto tra M.V. e G.L.M., in data (OMISSIS), ha fissato un assegno mensile, a carico dell’ex marito di Euro 450,00. In particolare, i giudici d’appello, nel respingere il gravame principale, hanno sostenuto che, rispetto all’epoca della separazione consensuale omologata tra i coniugi, nel 2013, con la quale si era fissato in Euro 450 mensili l’assegno di mantenimento della moglie, persisteva la significativa disparità economica, malgrado una diminuzione del reddito per il M. (a causa della cessazione dell’attività investigativa svolta, percependo lo stesso però un congruo assegno pensionistico, quale ex appartenente alle forze dell’ordine, ed essendo proprietario della casa già adibita a residenza famigliare, ove egli vive), comunque meno importante di quella subito dalla G. (dipendente part-time), ed era giustificato, alla luce dell’ultimo orientamento espresso dalle Sezioni Unite della Corte Suprema di Cassazione nella pronuncia n. 18287/2018, il mantenimento dell’assegno di mantenimento, nell’ottica di un intervento perequativo di riequilibrio tra gli ex coniugi, considerato che la G., casalinga, si era esclusivamente dedicata alla famiglia ed all’accudimento del figlio, affetto da grave malattia e deceduto nel marzo 2016, con conseguente sacrificio personale e perdita di occasioni di lavoro.

I giudici dell’appello, pur respingendo anche l’appello incidentale della G. (volto ad un aumento dell’assegno divorzile), specificavano tuttavia che l’importo dell’assegno doveva essere rivalutato a far data dal 2013 ed era soggetto d analoga previsione di indicizzazione annuale per il futuro.

Avverso la suddetta pronuncia, M.V. propone ricorso per cassazione, notificato il 7/10/2019 (verificare consegna notifica via PEC, non in atti), affidato a tre motivi, nei confronti di G.L.M. (che non svolge difese).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Motivi della decisione

1. Il ricorrente lamenta, con il primo motivo, l’omesso esame, ex art. 360 c.p.c., n. 5., di fatti decisivi rappresentato dalla consistenza del patrimonio immobiliare della ex moglie, proprietaria di quota dei due terzi di un immobile, ereditato per successione del figlio, costituito da due diverse particelle, solo una delle quali è abitato dalla figlia; con il secondo motivo, si lamenta invece la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, della L. n. 436 del 1978, art. 5, e dell’art. 3 Cost., nella determinazione dell’assegno divorzile, non avendo la Corte di merito valutato la situazione economica dei coniugi, anche in relazione alla consistenza immobiliare dei rispettivi patrimoni; con il terzo motivo, si lamenta poi la mancata statuizione da parte della Corte distrettuale su un motivo di appello, inerente alla nuova liquidazione delle spese di primo grado, compensate per un terzo e poste a carico di esso ricorrente, maggiormente soccombente, per i residui due terzi nella misura di Euro 4.690,00, in misura nettamente maggiore a quanto previsto dal D.M. n. 55 del 2014.

2. La prima censura è inammissibile, in quanto il fatto allegato (la successione testamentaria pro quota dal figlio A., deceduto a causa dell’aggravamento delle sue risalenti patologie) è stato esaminato dalla Corte di merito, che tuttavia ha ritenuto la circostanza fattuale non decisiva, alla luce della finalità, non solo assistenziale, ma anche perequativa-compensativa dell’assegno divorzile.

3. Il secondo motivo è infondato.

Il ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello non abbia vagliato il presupposto del riconoscimento dell’assegno L. n. 898 del 1970, ex art. 5, comma 6, come modificato dalla L. n. 74 del 1987, costituito dalla inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente l’assegno e dall’impossibilità dello stesso di procurarseli per ragioni oggettive.

Questa Corte, a Sezioni Unite, con la recente sentenza n. 18287/2018, ha chiarito, con riferimento ai dati normativi già esistenti, che: 1) “il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, applicandosi i criteri equiordinati di cui alla prima parte della norma, i quali costituiscono il parametro cui occorre attenersi per decidere sia sulla attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio dovrà essere espresso, in particolare, alla luce di una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonchè di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto”; 2) “all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve attribuirsi, oltre alla natura assistenziale, anche natura perequativo-compensativa, che discende direttamente dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge richiedente non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, bensì il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate”; 3) “la funzione equilibratrice del reddito degli ex coniugi, anch’essa assegnata dal legislatore all’assegno divorzile, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi”.

La Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della G., emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa G., per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo il M. adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figlio.

4. Il terzo motivo è fondato nei sensi di cui in motivazione.

Vero che la Corte d’appello non ha provveduto sulla doglianza mossa dal M. in punto di liquidazione delle spese di primo grado.

Tuttavia, alla luce dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo come costituzionalizzato nell’art. 111 Cost., comma 2, nonchè di una lettura costituzionalmente orientata dell’attuale art. 384 c.p.c. ispirata a tali principi, una volta verificata l’omessa pronuncia su un motivo di gravame, la Suprema Corte può omettere la cassazione con rinvio della sentenza impugnata e decidere la causa nel merito, allorquando la questione di diritto posta con quel motivo risulti infondata, di modo che la statuizione da rendere viene a confermare il dispositivo della sentenza di appello (determinando l’inutilità di un ritorno della causa in fase di merito), sempre che si tratti di questione che non richiede ulteriori accertamenti di fatto (Cass. 9693/2018; Cass. 16171/2017; Cass. 2313/2010).

Ora, vero che, come chiarito da questa Corte (Cass. 1572/2018; Cass. 26918/2018; conf. Cass. 5820/2016; Cass. 19122/2015), “Nel regime normativo posteriore alle modifiche introdotte all’art. 91 c.p.c. dalla L. n. 69 del 2009, in caso di accoglimento parziale della domanda il giudice può, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., compensare in tutto o in parte le spese sostenute dalla parte vittoriosa, ma questa non può essere condannata neppure parzialmente a rifondere le spese della controparte, nonostante l’esistenza di una soccombenza reciproca per la parte di domanda rigettata o per le altre domande respinte, poichè tale condanna è consentita dall’ordinamento solo per l’ipotesi eccezionale di accoglimento della domanda in misura non superiore all’eventuale proposta conciliativa”.

Ma, nella specie, in primo grado, premesso che la dichiarazione di cessazione degli effetti civili del matrimonio era stata chiesta da entrambi i coniugi, il M., che aveva proposto il ricorso, non risultava vittorioso sulla restante domanda, avendo egli agito in giudizio per la riduzione dell’assegno di mantenimento fissato in sede di separazione personale dei coniugi ed avendo il Tribunale, respingendo anche l’opposta richiesta della ex moglie di aumento, fissato l’assegno di divorzile in misura pari alla prestazione di mantenimento concordata in occasione della separazione personale dei coniugi nel 2013.

Il ricorrente si limita poi del tutto genericamente a contestare la violazione dei minimi tariffari, per lo scaglione di riferimento, ai sensi del “D.M. n. 55 del 2014”.

Ora, in tema di liquidazione delle spese processuali sulla base delle tariffe approvate con il D.M. n. 55 del 2014, questa Corte ha chiarito (Cass. 18167/2015) che “ai sensi del D.M. n. 55 del 2014, art. 4, comma 1, il giudice può scendere anche al di sotto o salire pure al di sopra dei limiti risultanti dall’applicazione delle massime percentuali di scostamento, purchè ne dia apposita e specifica motivazione e comunque non al di sotto del 30% del valore medio” (Cass. nn. 11601/2018 e 23978/2019).

Quindi il motivo di appello, su cui la Corte territoriale non ha effettivamente pronunciato, era infondato.

5. Per tutto quanto sopra esposto, in accoglimento del solo terzo motivo di ricorso, respinti gli altri motivi, va cassata la decisione impugnata, in relazione al motivo accolto, e, decidendo nel merito, va respinto il motivo di appello del M., in punto di liquidazione delle spese di primo grado. Le spese del giudizio di appello seguono quindi la soccombenza, in ragione della metà, ricorrendo giusti motivi, atteso l’esito del giudizio, per la compensazione della residua metà tra le parti, mentre quelle del presente giudizio di legittimità, atteso l’esito complessivo della lite e le questioni processuali coinvolte, vanno integralmente compensate tra le parti.

P.Q.M.

La Corte accoglie il solo terzo motivo di ricorso, respinti gli altri motivi, cassa la decisione impugnata, in relazione al motivo accolto, e, decidendo nel merito, respinge il motivo di appello del M., in punto di liquidazione delle spese di primo grado; compensa tra le parti le spese del grado di appello per la metà e condanna l’appellante M. al rimborso in favore della G. della restante metà, che liquida in complessivi Euro 1.300,00, nonchè al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori di legge; dichiara le spese del presente giudizio di legittimità integralmente compensate tra le parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 20 maggio 2021

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Se il coniuge divorziato ha una nuova famiglia, viene meno il presupposto per l’assegno divorzile.

L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14789-2019 proposto da:

C.M., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato ENRICO CASTALDO;

– ricorrente –

contro

I.C., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato CAMILLO PADULA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3/2019 della CORTE D’APPELLO di SALERNO, depositata il 06/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di Consiglio non partecipata del 23/02/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CAMPESE EDUARDO.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza del 5 giugno 2018, n. 2043, il Tribunale di Salerno pronunciò la cessazione degli effetti civili del matrimonio tra I.C. e C.M., revocando l’assegno di mantenimento già riconosciuto a quest’ultima all’esito dell’udienza presidenziale: tanto sul presupposto che la stessa intrattenesse una relazione stabile con un terzo, dimostrata dalla garanzia fideiussoria da lui prestata con riguardo al pagamento del canone locatizio dell’appartamento ove la prima risiedeva.

1.1. La Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 6 marzo 2019, ha respinto il gravame della C. contro quella decisione.

1.2. Per quanto qui di residuo interesse, la corte suddetta, richiamata la recente giurisprudenza di legittimità relativa ai criteri ermeneutici per l’attribuzione dell’assegno divorzile, e ricordato, altresì, che “l’esistenza, per la parte richiedente, di una relazione stabile con un terzo, assimilabile all’unione coniugale, conduce a negare l’assegno”, ha così opinato: “Nel caso di specie ove, seguendo il ragionamento del Tribunale, si affermi che la fideiussione prestata dal terzo per il pagamento del canone di locazione di Euro 650 dell’immobile ove abita la C. ed il lungo lasso di tempo di vigenza di tale obbligo dimostrino l’esistenza della relazione stabile e caratterizzata da sostanziale convivenza, l’assegno deve essere negato. Tuttavia, ove non si voglia accedere a tale conclusione, la conclusione non muta, in quanto il fatto che la C. abbia potuto pagare, sin dal 2007, un canone di locazione di Euro 650 mensili, mostra un’autosufficienza economica o, quanto meno, nega l’esistenza di uno squilibrio tra le condizioni economiche delle parti, risultando lo lune onerato del mantenimento dei figli del primo matrimonio e della sua nuova unione, nonchè del pagamento del mutuo della casa acquistata in costanza di matrimonio. Pur rilevando che entrambe le possibilità conducano alla stessa soluzione, ritiene la Corte che la valutazione delle prove compiuta dal Tribunale debba essere condivisa e che debba ritenersi l’esistenza, per la C., di un rapporto stabile e consolidato nel tempo. Si noti che, sin dalla prima comparizione, la donna ha dichiarato: “Io mi frequento con una persona, ma non ho alcuna convivenza stabile”. Questa ammissione, pur non determinando inversione dell’onere della prova, costituisce un elemento ulteriore, sulla base del quale gli elementi già descritti possono essere considerati, conducendo alla conclusione indicata”.

2. Avverso l’appena descritta sentenza, C.M. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, ulteriormente illustrati da memoria ex art. 380-bis c.p.c., cui resiste, con controricorso, lo I..

Motivi della decisione

1. Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) “Violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, commi 6 e 10, dell’art. 115 c.p.c., commi 1 e 2, e dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, dell’art. 2727 c.c. e dell’art. 2728 c.c., commi 1 e 2, nonchè dell’art. 2697 c.c., commi 1 e 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4”, per avere la corte di appello confermato la decisione del tribunale di negare l’assegno divorzile in favore della odierna ricorrente sull’assunto che la stessa avesse instaurato una stabile convivenza sulla base della fideiussione che un terzo aveva prestato a garanzia dell’adempimento, da parte suo, del pagamento del canone di locazione e della dichiarazione della C. “Io mi frequento con una persona, ma non ho alcuna convivenza stabile” cui ha attribuito valore confessorio dell’esistenza di una convivenza more uxorio, in contrasto con il senso letterale e logico delle sue parole. Richiamata la giurisprudenza di legittimità sul punto, si afferma che la decisione impugnata rivela, in particolare, una “…motivazione apparente a causa della mancata indicazione e del mancato riscontro, nel caso concreto, dei caratteri necessari della continuatività e della effettiva progettualità di vita perchè possa ritenersi che il rapporto di frequentazione della C. configuri una sua convivenza more uxorio e che comunque la stessa, ove provata, fosse in grado di recidere ogni plausibile connessione con il tenore ed il modello di vita, caratterizzanti la convivenza matrimoniale e – con ciò stesso – ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile…”;

II) “Violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, commi 6 e 10, e art. 9, comma 1, dell’art. 115 c.p.c., commi 1 e 2, e dell’art. 116 c.p.c., commi 1 e 2, dell’art. 2727 c.c., dell’art. 2728 c.c., commi 1 e 2, e dell’art. 2697 c.c., commi 1 e 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, ed all’art. 111 Cost.”, perchè la corte distrettuale, “con una motivazione contraddittoria ed illogica”, aveva negato alla C. il diritto all’assegno divorzile in virtù dell’importo del canone di locazione della sua abitazione, che la medesima corte ha ritenuto sufficiente a provare l’autosufficienza economica della prima o, comunque, la mancanza di uno squilibrio tra le condizioni economiche degli ex coniugi, senza considerare che, in quel medesimo periodo, l’odierna ricorrente era beneficiaria dell’assegno di mantenimento di Euro 450,00 mensili fin dall’anno 2007, poi ridotto ad Euro 230,00 mensili a seguito dell’udienza presidenziale innanzi al Tribunale di Salerno. 2. Rileva, innanzitutto, il Collegio che, come agevolmente può evincersi dalla già riportata motivazione della pronuncia oggi impugnata, la corte salernitana, dopo aver ipotizzato due autonome rationes decidendi entrambe idonee, a suo dire, a confermare la negazione, in favore della C., dell’invocato assegno divorzile, ha evidentemente optato per quella, tra esse, già utilizzata dal giudice di prime cure, secondo cui l’odierna ricorrente aveva instaurato, da tempo, una relazione stabile con un terzo, giustificando tale conclusione con la duplice circostanza che: i) il detto terzo aveva prestato fideiussione per il pagamento del canone di Euro 650,00 in relazione all’immobile ove la C., per effetto del relativo contratto di locazione in cui era inserita pure tale garanzia, abita fin dal 2007; ii) in sede di prima comparizione, la donna aveva dichiarato di frequentarsi “con una persona, ma non ho alcuna convivenza stabile”: ammissione, questa, che, “pur non determinando inversione dell’onere della prova, costituisce un elemento ulteriore, sulla base del quale gli elementi già descritti possono essere considerati, conducendo alla conclusione indicata”.

3. Venendo, allora, all’esame del primo motivo di ricorso, giova premettere che la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che la instaurazione, da parte del coniuge divorziato, di una nuova famiglia, ancorchè di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicchè il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso (cfr. Cass. n. 6855 del 2015; Cass. n. 2466 del 2016. In senso sostanzialmente conforme, si veda anche la più recente Cass. 29317 del 2019, che ha altresì precisato che la convivenza di altra natura – come quella con un parente o un amico – non rileva al fine di escludere in radice il riconoscimento dell’assegno).

3.1. In particolare, la Suprema Corte ha precisato che non occorre la prova della modificazione in meglio della condizione economica del coniuge cui veniva versato l’assegno a seguito del pronunciato divorzio, in quanto l’intervenuta convivenza fa cessare automaticamente il diritto all’assegno divorzile (cfr. Cass. n. 5974 del 2019). In questa prospettiva, poi, è sufficiente che l’obbligato, che chiede l’accertamento della sopravvenuta insussistenza del diritto a percepire l’assegno mensile, dimostri l’instaurazione di una relazione stabile dell’ex coniuge con un nuovo partner, integrando tale prova una presunzione idonea a far ritenere la formazione di una nuova famiglia di fatto e gravando, invece, sul beneficiario dell’assegno l’onere di provare che la convivenza in essere non integra nel caso concreto la formazione di una nuova famiglia (cfr. Cass. n. 17453 del 2018).

3.2. Alla stregua di tali principi, qui pienamente condivisi, rileva il Collegio che, nella specie, la corte distrettuale, muovendo dall’assunto, affatto corretto, che “l’esistenza, per la parte richiedente, di una relazione stabile con un terzo, assimilabile all’unione coniugale, conduce a negare l’assegno”, ha ricavato, poi, la prova della stabilità, nei termini suddetti, della relazione intrattenuta dalla Cercai con il terzo che aveva prestato fideiussione per il pagamento, da parte sua, del canone afferente l’abitazione da lei detenuta in locazione fin dal 2007 (che si tratti del medesimo soggetto cui ella si è riferita quando ha specificamente affermato di frequentare una persona, pur senza conviverci stabilmente, è circostanza mai stata realmente controversa, come chiaramente desumibile dalla sentenza impugnata oltre che dal contenuto dei rispettivi atti introduttivi di questo giudizio) valorizzando, appunto, questi due elementi indiziari: la prestata garanzia personale a decorre dal 2007 e la frequentazione ammessa dalla donna.

3.3. E’ utile ricordare, poi, che questa Corte, poi, ancora recentemente (cfr. Cass. n. 4226 del 2021, in motivazione; Cass. n. 395 del 2021, in motivazione; Cass. n. 27909 del 2020; Cass. n. 4343 del 2020; Cass. n. 27686 del 2018), ha chiarito che: a) il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, può rivestire la forma della violazione di legge (intesa come errata negazione o affermazione dell’esistenza o inesistenza di una norma, ovvero attribuzione alla stessa di un significato inappropriato) e della falsa applicazione di norme di diritto, intesa come sussunzione della fattispecie concreta in una disposizione non pertinente (perchè, ove propriamente individuata ed interpretata, riferita ad altro) ovvero deduzione da una norma di conseguenze giuridiche che, in relazione alla fattispecie concreta, contraddicono la sua (pur corretta) interpretazione (cfr. Cass. n. 8782 del 2005); b) non integra invece violazione, nè falsa applicazione di norme di diritto, la denuncia di una erronea ricognizione della fattispecie concreta in funzione delle risultanze di causa, poichè essa si colloca al di fuori dell’ambito interpretative ed applicativo della norma di legge; c) il discrimine tra violazione di legge in senso proprio (per erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa) ed erronea applicazione della legge (in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta) è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, diversamente dalla prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (cfr. Cass., Sez. U., n. 10313 del 2006; Cass. n. 195 del 2016; Cass. n. 26110 del 2015; Cass. n. 8315 del 2013; Cass. n. 16698 del 2010; Cass. n. 7394 del 2010); d) le doglianze attinenti non già all’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata dalle norme di legge, bensì all’erronea ricognizione della fattispecie concreta alla luce delle risultanze di causa, ineriscono tipicamente alla valutazione del giudice di merito (cfr. Cass. n. 13238 del 2017; Cass. n. 26110 del 2015).

3.3.1. La doglianza in esame, invece, contesta, sostanzialmente, la valutazione della descritta prova indiziaria come effettuata dalla corte d’appello, esaurendosi, così, in una critica al complessivo accertamento fattuale operato dal giudice a quo cui la C. intenderebbe opporre, sotto la formale rubrica di vizio di violazione di legge, una diversa valutazione: ciò non è ammesso, però, nel giudizio di legittimità, che non può essere surrettiziamente trasformato in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (cfr. Cass., SU, n. 34476 del 2019; Cass. n. 21381 del 2006; Cass. n. 8758 del 2017; Cass. n. 7119 del 2020).

3.3.2. E’ noto, peraltro, che – diversamente da quanto chiaramente avvenuto con il motivo in esame – non è possibile prospettare come violazioni di legge asserite carenze della sentenza impugnata in ordine all’accertamento dei fatti, che andavano denunciate articolando idonee censure di vizio di motivazione ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (come introdotto dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, e qui applicabile ratione temporis, risultando impugnata una sentenza pubblicata il 6 marzo 2019), che ha avuto l’effetto di limitare la rilevanza del vizio di motivazione, quale oggetto del sindacato di legittimità, alle fattispecie, qui assolutamente insussistenti, nelle quali esso si converte in violazione di legge: e ciò accade solo quando il vizio di motivazione sia così radicale da comportare, con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza (o di altro provvedimento decisorio) per “mancanza della motivazione”, ipotesi configurabile allorchè la motivazione manchi del tutto – nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione – ovvero formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum (cfr. Cass. n. 22598 del 2018; Cass. n. 23940 del 2017).

3.3.3. Non solo, dunque, non è più denunciabile, in sede di legittimità, la motivazione insufficiente, ma oggetto del vizio di cui alla norma da ultimo citata è, oggi, esclusivamente l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio, da intendersi riferito ad un preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico-naturalistico, come tale non ricomprendente questioni o argomentazioni, sicchè sono inammissibili le censure che, irritualmente, estendano il paradigma normativo a quest’ultimo profilo (cfr., ex aliis, Cass. n. 22397 del 2019; Cass. n. 26305 del 2018; Cass. n. 14802 del 2017).

3.3.4. Da ultimo, va ricordato che la scelta degli elementi che costituiscono la base della presunzione ed il giudizio logico con cui dagli stessi si deduce l’esistenza del fatto ignoto costituiscono un apprezzamento di fatto che, se adeguatamente motivato, sfugge al controllo di legittimità (cfr. Cass. n. 3336 del 2015; Cass. n. 27457 del 2019), e che, come recentemente ribaditosi (Efr in motivazione, Cass. n. 7380 del 2018; Cass. n. 27457 del 2019), gli elementi assunti a fonte di presunzione non debbono essere necessariamente plurimi – benchè l’art. 2729 c.c., comma 1, si esprima al plurale – potendosi il convincimento del giudice fondare anche su un elemento unico, preciso e grave, la valutazione della cui rilevanza, peraltro, nell’ambito del processo logico applicato in concreto, non è sindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria (cfr. Cass. n. 27457 del 2019; Cass. 15 gennaio 2014 n. 656; Cass. 29 luglio 2009, n. 17574), e dovendo il requisito della “concordanza” ritenersi menzionato dalla legge solo in previsione di un eventuale ma non necessario concorso di più elementi presuntivi (cfr. l’appena citata Cass. 17574 del 2009, nonchè, la più recente Cass. n. 27457 del 2019).

3.4. In applicazione dei suesposti principi, allora, va rimarcato che la corte distrettuale – con una motivazione che non integra affatto violazione delle regole dettate in tema di onere della prova e di prova presuntiva, oltre che priva di vizi logici, siccome basata sulla puntuale e dettagliata descrizione e ponderazione di indici concreti – è giunta alla conclusione che, nella specie, il quadro desumibile dalla complessiva istruttoria in atti, valutato in ciascun elemento e nel suo complesso, fosse idoneo a far ritenere raggiunta la prova della stabilità della già descritta relazione intrapresa dalla C.; nè potrebbe sostenersi, fondatamente, che l’argomentare del giudice d’appello abbia trascurato ulteriori dati dedotti dalla odierna ricorrente, per la semplice ragione di averli ritenuti, esplicitamente, o implicitamente, irrilevanti.

3.4.1. La corte campana, invero, ha, sebbene succintamente, descritto gli elementi istruttori che l’hanno indotta a quella conclusione, ed il corrispondente accertamento integra una valutazione fattuale, a fronte della quale la C., con il motivo in esame, tenta, sostanzialmente, di opporre alla ricostruzione definitivamente sancita nella decisione impugnata una propria alternativa loro interpretazione, sebbene sotto la formale rubrica di vizio di violazione di legge, mirando ad ottenerne una rivisitazione (e differente ricostruzione), in contrasto con il granitico orientamento di questa Corte per cui il ricorso per cassazione non rappresenta uno strumento per accedere ad un terzo grado di giudizio nel quale far valere la supposta ingiustizia della sentenza impugnata, spettando esclusivamente al giudice di merito il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l’attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (cir ex multis, Cass. n. 27686 del 2018; Cass., Sez. U, n. 7931 del 2013; Cass. n. 14233 del 2015; Cass. n. 26860 del 2014).

3.4.2. In altri termini, la ricorrente incorre nell’equivoco di ritenere che la violazione o la falsa applicazione di norme di legge processuale dipendano o siano ad ogni modo dimostrate dall’erronea valutazione del materiale istruttorio, laddove, al contrario, un’autonoma questione di malgoverno degli artt. 115 e 116 c.p.c. può porsi, rispettivamente, solo allorchè il/la ricorrente alleghi che il giudice di merito: 1) abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti ovvero disposte d’ufficio al di fuori o al di là dei limiti in cui ciò è consentito dalla legge; 2) abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova che invece siano soggetti a valutazione (cfr. Cass. n. 27000 del 2016). Del resto, affinchè sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione logica ed adeguata all’adottata decisione, evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse (cfr. Cass. 24434 del 2016). La valutazione degli elementi istruttori costituisce, infatti, un’attività riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in Cassazione Cass. n. 11176 del 2017, in motivazione).

Nel quadro del principio, espresso nell’art. 116 c.p.c., di libera valutazione delle prove (salvo che non abbiano natura di prova legale), peraltro, il giudice civile ben può apprezzare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente altri mezzi istruttori richiesti dalle parti: il relativo apprezzamento è insindacabile in sede di legittimità, purchè risulti logico e coerente il valore preminente attribuito, sia pure per implicito, agli elementi utilizzati (Dott. Cass. n. 11176 del 2017). In effetti, non è compito di questa Corte quello di condividere, o meno, la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dal giudici di merito (cfr. Cass. n. 3267 del 2008).

4. Non risultando utilmente contestata, alla stregua di quanto si è finora detto, l’effettiva ratio decidendi della sentenza impugnata (ma altrettanto sarebbe a dirsi ove quella di cui si è discusso finora fosse considerata una delle due autonome rationes decidendi di quest’ultima: in tal caso, infatti, troverebbe applicazione il principio secondo cui, ove la corrispondente motivazione della sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata sul punto, l’omessa o non utile impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in alcun caso l’annullamento, in parte qua, della sentenza. Cfr, ex multis, Cass. n. 15075 del 2018, in motivazione; Cass. n. 18641 del 2017; Cass. n. 15350 del 2017), l’esame del secondo motivo può evidentemente ritenersi superfluo.

5. Il ricorso, dunque va dichiarato inammissibile, restando le spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, a carico della soccombente C. (non valendo il patrocinio a spese dello Stato nel processo civile, D.P.R. n. 115 del 2002 ex art. 74, comma 2, ad addossare allo Stato anche le spese che la parte ammessa sia condannata a pagare all’altra parte, risultata vittoriosa. Cfr. Cass. n. 25653 del 2020; Cass. n. 8388 del 2017; Cass. n. 10053 del 2012), altresì dandosi atto – in assenza di ogni discrezionalità al riguardo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014; Cass., S.U., n. 24245 del 2015; Cass., S.U., n. 15279 del 2017) e giusta quanto recentemente precisato da Cass., SU, n. 4315 del 2020 – che, stante il tenore della pronuncia adottata, sussistono, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto, mentre “spetterà all’amministrazione giudiziaria verificare la debenza in concreto del contributo, per la inesistenza di cause originarie o sopravvenute di esenzione dal suo pagamento”.

5.1. Va, disposta, infine, per l’ipotesi di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso, e condanna la C. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3,000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della medesima ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, giusta lo stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Dispone per l’ipotesi di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio della Sesta sezione civile della Corte Suprema di cassazione, il 23 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 maggio 2021

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Locazioni: in caso di occupazione sine titulo, il danno è determinato ex lege.

In caso di ritardo nel recupero della disponibilità della cosa locata il locatore subisce un danno che è pari (quanto meno) all’ammontare del canone. In questo caso, il locatore non è tenuto a provare altro. La quantificazione del danno è predeterminata per legge.

Solo se egli assume di aver subito un maggior danno, che può essere conseguente alla necessità di effettuare una rimessione in pristino, o alla perdita di occasioni di sfruttamento della cosa economicamente più vantaggiose, sarà soggetto al normale onere probatorio relativo alla sussistenza e all’ammontare del maggior danno.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 12195/2018 R.G. proposto da:

C.R., elettivamente domiciliata in ROMA, in via Dei Gracchi n. 84, presso lo studio dell’avvocato MARINA GIANNINI, da cui è rappresentata e difesa;

– ricorrente –

contro

CA.VA., elettivamente domiciliata in Roma, in via Bocca di 29 Leone, rappresentata e difesa dagli Avvocati ANTONIO ROMEI, ed ERIC QUARANTELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 197/2018 della Corte d’Appello di Roma, depositata il 6 febbraio 2018, notificata il 16 febbraio 2018.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 2 dicembre 2020 dal Consigliere Dott. Marilena Gorgoni.

Svolgimento del processo

che:

Il Tribunale di Roma, con sentenza n. 25810/13, riuniti i procedimenti n. 76596/2010 (intimazione di sfratto per morosità per mancato pagamento dei canoni di locazione, pari ad Euro 500,00 mensili, relativi al contratto verbale di locazione avente ad oggetto un immobile sito in (OMISSIS) detenuto dalla ricorrente) e n. (OMISSIS) (occupazione senza titolo dello stesso immobile) – entrambi promossi da Ca.Va. nei confronti di C.R., la quale assumeva di avere ottenuto il godimento dell’immobile cui si riferiscono i fatti di causa con il solo obbligo di pagare le spese, anche quelle condominiali, e di rendere gratuitamente le proprie prestazioni professionali di avvocato a favore della locatrice, di avere successivamente sostituito quello iniziale con un nuovo accordo verbale che prevedeva, da parte sua, la corresponsione di un canone mensile di locazione dapprima di Euro 400,00 e successivamente di Euro 500,00, di essere stata vittima di atti di ritorsione e di violenza privata, da parte della proprietaria e della madre, che le avevano provocato danni patrimoniali e non patrimoniali, di cui chiedeva di essere risarcita – dichiarava cessata la materia del contendere tra le parti quanto alla domanda di rilascio dell’immobile, alla luce del verbale di riconsegna del (OMISSIS), condannava C.R. a pagare a Ca.Va. la somma di Euro 7.500,00 e regolava le spese di lite.

Il Tribunale riteneva che tra le parti non era intercorso un rapporto locativo, in assenza di un contratto scritto, rigettava, di conseguenza, sia la domanda volta ad ottenere il pagamento dei canoni sia quella di risoluzione per inadempimento del contratto nonchè quella riconvenzionale tesa a conseguire il risarcimento del danno determinato dall’illecita interruzione della fornitura di gas; che C.R. aveva detenuto l’immobile a titolo di ospitalità fino al (OMISSIS), quando la proprietaria le aveva chiesto il rilascio; che, invece, dall'(OMISSIS) e fino al rilascio, avvenuto il (OMISSIS), C.R. aveva occupato l’immobile sine titulo; che, pertanto, era tenuta a corrispondere l’indennità di occupazione quantificata in Euro 500,00 mensili, cioè l’importo convenuto di fatto tra le parti ed espressamente richiesto con l’intimazione di sfratto.

La Corte d’Appello di Roma, investita del gravame da C.R., confermava, con la sentenza n. 197/2008, resa pubblica il 6 febbraio 2018, oggetto dell’odierno ricorso, la sentenza di primo grado e regolava le spese di lite.

C.R. ricorre, articolando cinque motivi, per la cassazione della suddetta sentenza.

Resiste con controricorso Ca.Va..

Entrambe le parti depositano memoria illustrativa.

Motivi della decisione

che:

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 431 del 1998, art. 1, comma 4 e art. 13, comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Secondo la ricorrente, la Corte d’Appello, in applicazione dell’insegnamento di questa Corte nella sentenza, a sezioni unite, n. 18214 del 17/09/2015, avrebbe dovuto esonerarla dall’obbligo di corrispondere l’indennità di occupazione, in considerazione del fatto che Ca.Va. aveva preteso che il contratto di locazione non fosse stipulato per iscritto, sia per il rapporto amichevole in essere sia per evitare un aggravio fiscale.

Il motivo è inammissibile.

La sentenza, a p. 5, dà adeguato riscontro delle ragioni per cui ha ritenuto che le prove richieste, circa le modalità di pagamento del canone e la mancata denunzia di ospitalità all’autorità di polizia, fossero inidonee a provare che il contratto non era stato stipulato per iscritto per imposizione della locatrice con conseguente applicazione della nullità relativa di protezione di cui alla L. n. 431 del 1998, art. 13, comma 5.

2. Con il secondo motivo la ricorrente censura la sentenza gravata per omessa valutazione, in relazione all’art. 2697 c.c. e art. 116 c.p.c., di un fatto storico decisivo risultante dagli atti di causa che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere la Corte territoriale ammesso i mezzi istruttori articolati nella comparsa di costituzione e risposta – in particolare la prova per interpello e per testi – con domanda riconvenzionale, a seguito del ricorso ex art. 447 bis c.p.c., avanzato da Ca.Va..

Il motivo è inammissibile.

Per lamentare in sede di legittimità l’errore del giudice di merito quanto alla mancata ammissione della prova testimoniale occorre che il ricorrente deduca l’esatto contenuto del capitolo di prova, in quale momento il fatto storico era stato dedotto, al fine di dimostrare la tempestività; la mancata rinuncia all’udienza di precisazione delle conclusioni (con conseguente trascrizione delle conclusioni); la proposizione dell’impugnazione sulla mancata ammissione della prova; la potenziale decisività del capitolo di prova.

In difetto di tali allegazioni, la censura è inammissibile.

Va, infatti, ribadito che la censura contenuta nel ricorso per Cassazione relativa alla mancata ammissione della prova testimoniale è inammissibile se il ricorrente, oltre a trascrivere i capitoli di prova e ad indicare i testi e le ragioni per le quali essi sono qualificati a testimoniare – elementi necessari a valutare la decisività del mezzo istruttorio richiesto – non alleghi e indichi la prova della tempestività e ritualità della relativa istanza di ammissione e la fase di merito a cui si riferisce, al fine di consentire “ex actis” alla Cassazione di verificare la veridicità dell’asserzione (Cass. 23/04/2010, n. 9748; Cass. 04/04/2018, n. 8204).

Nel caso di specie, quanto ai capitoli di prova trascritti, la ricorrente stessa afferma che si tratta di quelli articolati nella comparsa di costituzione e risposta con domanda riconvenzionale, a seguito del ricorso ex art. 447 bis, avanzato da Ca.Va.. Non risulta, invece, che la ricorrente abbia proposto impugnazione sulla mancata ammissione delle prove relativamente al fatto che le fosse stata imposta la stipulazione verbale del contratto, tant’è che il motivo di appello di cui alla lett. e, rubricato omessa ammissione dei mezzi di prova richiesti, si riferisce ad un fatto da provare diverso e cioè alla ricorrenza del danno patrimoniale e non patrimoniale asseritamente provocato dalla interruzione del gas (vale appena la pena si aggiungere che su tale motivo di appello la Corte territoriale si è pronunciata, ritenendo i mezzi di prova non rilevanti, perchè la occupazione senta titolo dell’immobile aveva fatto venir meno gli obblighi contrattuali in capo alla locatrice, in punto di utilizzabilità dell’immobile, chiarendo che “la abusiva occupazione dell’immobile, infatti, esclude la configurabilità di un danno ingiusto”: pp. 5-6).

3. Con il terzo motivo la ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione di norma di diritto e in particolare degli artt. 1591, 2041, 1223, 1226 e 2056 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere riconosciuto a Ca.Va. l’indennità di occupazione senza prova da parte sua di avere subito un’effettiva lesione del patrimonio per non aver potuto locare o altrimenti utilmente utilizzare l’immobile. La Corte territoriale avrebbe semmai dovuto trovare un criterio di regolazione altrove ed in particolare nella disciplina dei rapporti di mero fatto.

Il motivo è infondato.

Il Giudice d’Appello non ha fatto che applicare la giurisprudenza di questa Corte relativa all’indennità dovuta per l’occupazione sine titulo di un immobile, ai sensi dell’art. 1591 c.c. – che trova, contrariamente a quanto ipotizzato dalla ricorrente, applicazione nel caso di specie, in ragione del riferimento al contratto di locazione emergente dalle allegazioni delle parti – il quale prevede due distinti obblighi, la cui disciplina è differente anche sotto il profilo del contenuto dell’onere probatorio: nella prima ipotesi, per così dire di base, al ritardo nella restituzione della cosa la norma associa l’obbligo di corrispondere “il corrispettivo convenuto fino alla riconsegna”, per cui è il legislatore stesso che prevede che in caso di ritardo nel recupero della disponibilità della cosa locata il locatore subisca un danno che è pari (quanto meno) all’ammontare del canone. In questo caso, ricorrendo gli altri presupposti, il locatore non è tenuto a provare altro, in particolare la quantificazione del danno è predeterminata per legge. Solo se egli assume di aver subito un maggior danno, che può essere conseguente alla necessità di effettuare una rimessione in pristino, o alla perdita di occasioni di sfruttamento della cosa economicamente più vantaggiose, sarà soggetto al normale onere probatorio relativo alla sussistenza e all’ammontare del maggior danno. Risulta evidente che la ricorrente si riferisce a questa seconda ipotesi, pacificamente rimasta estranea alla vicenda in esame.

4. Con il quarto motivo la ricorrente assume la violazione e falsa applicazione degli artt. 1591, 2041, 1223, 1226 e 2056 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in considerazione del fatto che la restituzione dell’immobile era stata conseguita in modo illecito, come era risultato dalla sentenza penale del Tribunale di Roma n. 9624/2016, che aveva condannato la proprietaria e la madre di lei – quest’ultima per concorso morale nella realizzazione del fatto delittuoso – per avere interrotto la fornitura del gas nell’appartamento allo scopo di indurla a liberare il bene. In altri termini, la Corte d’Appello avrebbe erroneamente rigettato la domanda riconvenzionale con cui chiedeva di essere risarcita del danno determinato dall’interruzione dell’erogazione del gas, basandosi sul fatto che l’immobile era stato occupato abusivamente e che non vi erano obblighi a carico del proprietario ed avrebbe erroneamente affermato che l’azione civile proposta nel giudizio penale, pendente la domanda dinanzi al giudice di primo grado, era stata esclusa dal giudice penale.

Il motivo è inammissibile.

La Corte territoriale non si è sottratta all’obbligo di decidere sulla domanda risarcitoria, ma ha ritenuto che, non essendo contestato che il contratto di fornitura del gas era stato sottoscritto dalla madre di Ca.Va. e non da quest’ultima, nei confronti della quale non era stato provato alcun comportamento illecito produttivo di conseguenze dannose risarcibili, non vi fossero i presupposti per condannarla al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

5. Con il quinto motivo la ricorrente rimprovera alla sentenza impugnata di aver omesso la valutazione, in relazione all’art. 2697 c.c. e art. 116 c.p.c., di un fatto storico decisivo per il giudizio risultante dagli atti di causa che è stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La sentenza impugnata aveva rilevato che il contratto di somministrazione del gas, che serviva anche l’appartamento di Ca.Va., era stato sottoscritto dalla madre di quest’ultima, B.M.V., facendone discendere l’infondatezza del motivo di appello in punto di ammissione dei mezzi di prova richiesti per dimostrare la ricorrenza del danno patrimoniale e non patrimoniale, conseguente all’interruzione della fornitura di gas, non aveva però tenuto conto che anche la madre dell’odierna resistente era stata ritenuta dal Tribunale penale responsabile moralmente dell’interruzione del gas per aver determinato o comunque rafforzato il proposito criminoso della figlia.

Anche tale censura risulta inammissibile, in quanto formulata senza prendere in alcuna considerazione la motivazione della sentenza impugnata, la quale ha chiarito che la sentenza penale che aveva condannato Ca.Va. e che aveva ravvisato una responsabilità anche a carico della madre non essendo passata in giudicato, non spiegava alcun effetto vincolante in sede civile in ordine all’affermata responsabilità delle imputate; sicchè nel giudizio civile il giudice, data l’autonomia del processo civile rispetto a quello penale, accerta autonomamente i fatti e la responsabilità con pienezza di cognizione, senza essere vincolato alle soluzioni e alle qualificazioni del giudice penale.

6. Ne consegue il rigetto del ricorso.

7. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

8. Vi sono i presupposti processuali per porre a carico della ricorrente l’obbligo di pagamento del doppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della controricorrente, liquidandole in Euro 2.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 2 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 6 aprile 2021

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LA CONDOTTA MATERNA RICONDUCIBILE ALLA PAS NON COSTITUISCE FATTO PREGIUDIZIEVOLE PER LA MINORE

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In mancanza di accertate, irrecuperabili carenze d’espressione delle capacità genitoriali, il riferimento alla condotta tesa ad estraniare la figlia dal padre – sostanzialmente ricondotta alla cd. PAS, ovvero alla cd. “sindrome della madre malevola” – e la evidenziata conflittualità con l’ex-partner, non appaiono costituire fatti pregiudizievoli per la minore legittimanti un suo affido esclusivo al padre, tenuto comunque conto del controverso fondamento scientifico della sindrome PAS, e della dubbia sussumibilità della predetta sindrome nell’ambito delle patologie cliniche. (Ord. Cass. 17-05-2021, n. 13217)
REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco A. – Presidente –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 10327/2020 proposto da:

B.G.P., elettivamente domiciliata in Roma, in via Fontanella Borghese n. 72, presso lo studio dell’avvocato Voltaggio Antonio, che la rappresenta e difende, con procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente – contro

Be.Ma., elettivamente domiciliato in Roma, in via Cola di Rienzo n. 212, presso lo studio dell’avvocato Richichi Aurelio, rappresentato e difeso dall’avvocato Fabbrani Valeria, con procura speciale in atti;

– controricorrente –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di VENEZIA, dei 16/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 22/01/2021 dal Cons. Dott. CAIAZZO ROSARIO.

Svolgimento del processo

CHE:

A seguito di ricorso proposto da Be.Ma. nei confronti di B.P.G., il Tribunale di Treviso, valutate le c.t.u. disposte, ha negato l’affido cd. “super-esclusivo” della figlia minore della coppia, disponendone invece l’affido esclusivo al padre ricorrente, regolamentando le visite e fissando le varie prescrizioni tra cui il divieto di incontro della minore con la nonna materna e confermando, a carico del Be. e in favore della resistente, l’assegno per il mantenimento della figlia per la somma di Euro 200,00 mensili oltre alla quota per le spese.

Il Be. ha proposto reclamo avverso il suddetto provvedimento del Tribunale, chiedendone la modifica: con la previsione di visite protette della madre verso la minore per il primo periodo di sei mesi, con l’ausilio dei servizi sociali e, successivamente, secondo un calendario ma con esclusione del pernottamento; con l’affido “super-esclusivo” della minore a suo favore e con la revoca del contributo al mantenimento.

La P.G. ha chiesto la riunione del procedimento con altro pendente e il rigetto del reclamo con la modifica del decreto impugnato nel senso conforme alla sentenza emessa dallo stesso Tribunale nel (OMISSIS) (che aveva autorizzato il Be. a riconoscere la figlia, disponendone l’affidamento ad entrambi i genitori con collocazione prevalente presso la madre).

Con successivo reclamo B.P.G. adiva la Corte d’appello di Venezia, impugnando lo stesso decreto del Tribunale, chiedendone la revoca, con richiesta di affidamento condiviso della minore ad entrambi i genitori, del collocamento prevalente della figlia presso di sè e la conferma del contenuto economico del decreto. Si costituiva il Be., resistendo al reclamo. Il P.M. concludeva per il rigetto del reclamo.

Riuniti i due procedimenti, con decreto emesso il (OMISSIS), la Corte veneziana ha respinto il reclamo della B., accogliendo quello del Be. e, in riforma del decreto impugnato, ha disposto l’affido “super-esclusivo” della minore al padre, la revoca del contributo economico a carico di quest’ultimo, e regolamentando il diritto di visita della madre secondo i criteri dettati. Al riguardo, il giudice di secondo grado ha osservato che dalle due c.t.u. espletate si evinceva non solo un elevato grado di conflittualità della coppia di genitori – con difficoltà comunicative tra loro – ma anche una grave carenza delle capacità genitoriali della B.P.G.; in particolare, dalla prima c.t.u., sulla base dei colloqui clinici e dell’osservazione dei comportamenti della reclamante, risultava: una scarsa flessibilità della madre di accettare il ripristino delle relazioni tra padre e figlia, emergendo la sua volontà di mantenere la figlia con sè escludendo il padre, in contrasto con quanto concordato e suggerito durante la consulenza; la rappresentazione di versioni non veritiere da parte della reclamante e la ferma resistenza della stessa a modificare le proprie convinzioni; una dinamica relazione fondata su elevata tensione, anche in presenza della minore; l’influenza della famiglia materna sulla reclamante con prospettive dannose e rischiose; la necessità di collocare la minore presso il padre, ritenuto unico genitore in grado di dare equilibrio e serenità alla bambina.

La Corte territoriale ha altresì rilevato che: la successiva c.t.u. aveva confermato quanto indicato nella prima, suggerendo anche l’affido “super-esclusivo” a fronte del comportamento della B. da cui era sorto il rischio di alienazione della minore rispetto al padre (rilevando altresì che la madre sembrava affetta dalla cd. sindrome della “madre malevola” – cd. “MMS”), emergendo anche psicopatologie accertabili; al riguardo, il secondo c.t.u. aveva rilevato che la madre, pur mantenendo con la figlia, almeno in apparenza, un sufficiente rapporto di accudimento, esercitava nei confronti dell’ex partner una condotta tendente ad impedirgli un normale ed affettuoso rapporto con la minore, mirando ad estraniarlo da ogni scelta che la riguardasse; la madre si era resa responsabile di una totale mancanza riflessiva su di sè e sulla minore la quale era stata fortemente segnata da “scellerati” comportamenti della stessa madre e della nonna materna; la reclamante aveva indotto due pediatri a non seguire più la minore a seguito della richiesta, da parte della B., di certificati fasulli finalizzati ad impedire l’accesso al padre; le frequenti assenze scolastiche della minore erano imputabili alla reclamante la quale aveva agito al fine di evitare il prelevamento paterno della figlia.

La Corte territoriale ha ancora osservato che: le conclusioni dei c.t.u. erano da condividere in quanto fondate su risultanze cliniche, oggetto di specifico accertamento di fatto, non motivatamente contrastate con elementi probatori, avendo gli stessi consulenti valutato in contraddittorio le contestazioni dei c.t.p.; le conclusioni cui sono pervenuti i c.t.u. non erano difformi dalla reale situazione che comprovava un comportamento materno improntato a gravi carenze della genitorialità con volontà della B. di estraniare la minore dal padre, a fronte invece della buona capacità genitoriale dimostrata dal Be.; pertanto, non era condivisibile il decreto emesso dal Tribunale che aveva negato l’affido “super-esclusivo” della minore al padre, argomentando dalla consapevolezza dimostrata dalla madre della gravità dei suoi comportamenti, tenendo conto che le allegazioni dell’ex partner, contestate, erano state chiaramente dimostrate.

B.P.G. ricorre in cassazione con quattro motivi.

Resiste il Be. con controricorso.

Motivi della decisione

CHE:

Il primo motivo denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 155, 315bis, 337ter, quater, quinquies e octies c.c., artt. 62, 194, 709ter c.p.c., in quanto la Corte d’appello aveva aderito acriticamente alle due c.t.u. le cui risultanze erano fondate sulla diagnosi della cd. PAS, sebbene in maniera non esplicita. Al riguardo, la ricorrente lamenta che il provvedimento di “superaffido” della minore al padre, non necessitato da sue psico-patologie, non riscontrate, era stato emesso sulla base della conflittualità insorta tra la ricorrente e i c.t.u., senza intraprendere un percorso di sostegno alla genitorialità.

Il secondo motivo denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 155, 333, 337ter, quater e octies c.c., con riferimento alla mancata verifica dell’attendibilità scientifica della teoria posta a base della diagnosi di “sindrome della madre malevola” e alla qualificazione della B. come genitore “condizionante”. In particolare, la ricorrente si duole che le risultanze peritali non siano state fondate su dati clinici e che la Corte territoriale non abbia effettuato una valutazione comparativa degli effetti sulla minore del trauma dell’allontanamento dalla casa familiare rispetto al beneficio atteso, nel senso che il provvedimento impugnato non appariva ispirato al superiore interesse del minore in quanto il dolore della forzata separazione della minore dalla madre era rimasto sullo sfondo rispetto alla ritenuta prevalenza dell’interesse all’attuazione coattiva del diritto alla bigenitorialità. La ricorrente lamenta altresì che il giudice d’appello abbia del tutto troncato il rapporto con la nonna materna sull’erroneo presupposto che anche quest’ultima avesse mirato ad estraniare il padre.

Il terzo motivo deduce l’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, consistito nella mancata valutazione comparativa degli effetti sulla minore del trauma dell’allontanamento dalla casa familiare rispetto al beneficio atteso.

Il quarto motivo denunzia violazione degli artt. 3, 6, 12, 16, 19 della Convenzione Internazionale di New York sui diritti del fanciullo, e degli artt. 3-6 della Convenzione Europea di Strasburgo nonchè dell’art. 337octies c.c. sull’ascolto del minore e dell’art. 8 Cedu. In particolare, la ricorrente si duole del fatto che il decreto impugnato abbia leso l’interesse della minore in quanto solo circostanze eccezionali potrebbero determinare la rottura del legame familiare, e giustificare il mancato ascolto del minore.

I quattro motivi, esaminabili congiuntamente perchè tra loro connessi, sono fondati. Invero, la Corte territoriale ha fondato la propria decisione sul contenuto delle due c.t.u. i cui punti salienti destano significative perplessità in punto di fatto e di diritto e non possono essere condivise, per quanto si dirà appresso.

Al riguardo, la Corte territoriale, in sostanza, ha disposto il “super-affido” della minore a favore del padre esclusivamente sul rilievo che la condotta della B.P.G., in quanto conflittuale con i c.t.u. e con l’ex-partner, sarebbe stata finalizzata all’estraneazione della minore dal padre, ovvero ad allontanarla da quest’ultimo.

Va osservato che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sè, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità del fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena (Cass., n. 6919/16).

E’ stato altresì affermato che nei giudizi in cui sia stata esperita c.t.u. medico-psichiatrica (allo scopo di verificare le condizioni psico-fisiche del minore e conclusasi con un accertamento diagnostico di sindrome dell’alienazione parentale), il giudice di merito, nell’aderire alle conclusioni dell’accertamento peritale, non può, ove all’elaborato siano state mosse specifiche e precise censure, limitarsi al mero richiamo alle conclusioni del consulente, ma è tenuto – sulla base delle proprie cognizioni scientifiche, ovvero avvalendosi di idonei esperti e ricorrendo anche alla comparazione statistica per casi clinici – a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare (Cass., n. 7041/13).

Ora, delineati i principi affermati da questa Corte in fattispecie analoghe, occorre rilevare che, nel caso concreto, il contenuto e le conclusioni delle c.t.u. sono in molti punti generici e non chiari circa la ritenuta carenza delle capacità genitoriali della ricorrente. Anzitutto, se è vero che non è contestato che quest’ultima abbia intrattenuto un rapporto, breve, molto conflittuale con il Be., cercando, in qualche occasione, di ostacolare o impedire le visite del padre alla figlia (anche attraverso fatti indiscutibilmente gravi, quali i certificati medici falsi e le assenze scolastiche del minore che la Corte di merito imputa alla madre, attingendo dalle relazioni dei c.t.u.) e che la B. non ha collaborato con i c.t.u, è stato altresì accertato che quest’ultima manteneva con la minore “almeno in apparenza, un sufficiente rapporto di accudimento”. In realtà, la Corte territoriale ha valorizzato, ai fini della decisione impugnata, alcuni rilievi critici privi di concretezza empirica, che costituiscono generiche deduzioni tratte da premesse di non univoca interpretazione. Infatti, a sostegno della pronuncia in esame, la Corte territoriale ha fatto riferimento a “gravi ripercussioni ed effetti sulla minore”, a “condotte scellerate” della madre senza però indicarle e specificarle, nonchè ad un comportamento “improntato a gravi carenze nella genitorialità con volontà tesa ad estraniare la minore dal padre a fronte di una situazione in cui si denota la buona volontà genitoriale del Be.”, omettendo di esplicitare quali siano stati gli specifici pregiudizi per lo sviluppo psico-fisico della minore, peraltro non considerando le possibili conseguenze di una brusca sottrazione della minore alla madre.

In altri termini, il riferimento alla condotta tesa ad estraniare la figlia dal padre – sostanzialmente ricondotta alla cd. PAS, ovvero alla cd. “sindrome della madre malevola” – e la evidenziata conflittualità con l’ex-partner, non appaiono costituire fatti pregiudizievoli per la minore alla stregua della descrizione delle vicende occorse, tenuto comunque conto del controverso fondamento scientifico della sindrome PAS, cui le c.t.u. hanno fatto riferimento senza alcuna riflessione sulle critiche emerse nella comunità scientifica circa l’effettiva sussumibilità della predetta sindrome nell’ambito delle patologie cliniche. Sul punto, invero, va rimarcato che la Corte veneziana, esaminando le c.t.u., ha affermato che sarebbero state riscontrate psicopatologie nei confronti della ricorrente, intendendo di fatto che le stesse fossero da identificare nella citata PAS (o anche qualificata dal giudice di merito come “sindrome della madre malevola”), considerando l’assoluta mancanza di riferimenti ad altre ipotetiche patologie.

Al riguardo, giova evidenziare che, in materia di affidamento dei figli minori, è stato affermato che il giudice deve attenersi al criterio fondamentale rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. L’individuazione di tale genitore deve essere fatta sulla base di un giudizio prognostico circa la capacità del padre o della madre di crescere ed educare il figlio, che potrà fondarsi sulle modalità con cui il medesimo ha svolto in passato il proprio ruolo, con particolare riguardo alla sua capacità di relazione affettiva, di attenzione, di comprensione, di educazione, di disponibilità ad un assiduo rapporto, nonchè sull’apprezzamento della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente che è in grado di offrire al minore. La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità (Cass., n. 28244/19).

Orbene, nella fattispecie, deve escludersi che la Corte d’appello, nel disporre l’affidamento esclusivo del minore al padre, abbia garantito il migliore sviluppo della personalità del minore stesso, escludendo l’affidamento condiviso su una astratta prognosi circa le capacità genitoriali della ricorrente fondata, in sostanza, su qualche episodio, sopra citato (pur grave) attraverso cui la madre avrebbe tentato di impedire che il padre incontrasse la bambina, senza però effettuare una valutazione più ampia, ed equilibrata, di valenza olistica che consideri cioè ogni possibilità di intraprendere un percorso di effettivo recupero delle capacità genitoriali della ricorrente, nell’ambito di un equilibrato rapporto con l’ex-partner, e che soprattutto valorizzi il positivo rapporto di accudimento intrattenuto con la minore, sebbene il riferimento della Corte di merito all’apparenza di tale rapporto costituisca una chiara conferma del fatto che il suo giudizio sia stato incentrato esclusivamente sul disvalore attribuito all’asserita PAS. Se è vero, in proposito, che i consulenti hanno riscontrato una forte animosità della ricorrente nei loro confronti e una certa refrattarietà a seguire i suggerimenti e le prescrizioni da loro impartite in ordine al rapporto con la minore e con l’ex partner, è altresì vero che proprio tali limiti caratteriali della madre avrebbero dovuto essere affrontati e valutati nella prospettiva di un’offerta di opportunità diretta a migliorare i rapporti con la figlia, in un percorso scevro da pregiudizi originati da postulate e non accertate psicopatologie con crismi di scientificità. Dagli atti emerge, invece, che le asprezze caratteriali della ricorrente sono state valutate in senso fortemente stigmatizzante, come espressione di un’ineluttabile ed irrecuperabile incapacità di esprimere le capacità genitoriali nei confronti della figlia, pur in mancanza di condotte di oggettiva trascuratezza o incuria verso quest’ultima, anche minime, o anche di mancata comprensione del difficile ruolo della madre. Al contrario, proprio il riferimento della Corte veneziana al buon rapporto di accudimento della minore da parte della ricorrente dimostra plasticamente il travisamento in cui lo stesso giudice d’appello è incorso nel ritenere che la B. fosse stata protagonista di un comportamento concretizzante l’invocata cd. PAS (dall’inglese: Parental Alienation Syndrome) desunto dalle predette condotte, attraverso, come esposto, un implausibile sillogismo la cui premessa principale è costituita da un ingiustificato severo stigma di comportamenti della madre fondato su un mero postulato.

Da tale impostazione del provvedimento in esame discende anche la censurabilità del riferimento al padre quale unico genitore “in grado di dare equilibrio e serenità alla bambina”, affermazione che è il diretto precipitato di quanto argomentato sulla PAS. La pronuncia impugnata appare, dunque, essere espressione di una inammissibile valutazione di tatertyp, ovvero configurando, a carico della ricorrente, nei rapporti con la figlia minore, una sorta di “colpa d’autore” connessa alla postulata sindrome.

Ora, il collegio non intende (e non può) entrare nel merito della fondatezza scientifica della suddetta PAS, ma deve invece conclusivamente rilevare, in conformità dell’orientamento sopra citato, che i fatti ascritti dalla Corte territoriale alla ricorrente non presentano la gravità legittimante la pronuncia impugnata, in mancanza di accertate, irrecuperabili carenze d’espressione delle capacità genitoriali, considerando altresì il profilo, palesemente trascurato dalla stessa Corte di merito, afferente alle conseguenze sulla minore del c.d. “super-affido” della minore al padre in ordine alla conseguente rilevante attenuazione dei rapporti con la madre in un periodo così delicato per lo sviluppo fisio-psichico della bambina. Per quanto esposto, il decreto impugnato va cassato, con rinvio alla Corte d’appello di Brescia, in considerazione dell’opportunità che la causa sia trattata da altra Corte territoriale, anche perchè provveda sul regime delle spese del giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e cassa il decreto impugnato, con rinvio alla Corte d’appello di Brescia che provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

Dispone che in caso di diffusione dell’ordinanza siano omessi i nominativi delle parti e degli altri soggetti in essa menzionati.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 22 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 maggio 2021

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Contratti bancari: il blocco del conto corrente cointestato, in caso di morte di uno dei cointestatari, è illegittimo.

Nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino all’estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28265/2016 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DI DONNA OLIMPIA 186, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO NENNA, che la rappresenta e difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

BANCO DI SARDEGNA SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 38, presso lo studio dell’avvocato LUIGI PARENTI, che la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4503/2016 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 14/07/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 13/01/2021 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;

Lette le memorie della ricorrente.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. Con sentenza n. 17089/2010 il Tribunale di Roma rigettava la domanda con la quale C.T. e C.S. avevano proposto azione di reintegra della loro quota di legittima, vantata sulla successione della madre M.I., nei confronti degli eredi dell’erede testamentario S.S. e del Banco di Sardegna, presso cui la de cuius aveva un conto corrente cointestato con lo S..

Avverso tale sentenza hanno proposto appello le attrici, cui resisteva la Banca convenuta, e la Corte d’Appello di Roma con la sentenza n. 4503 del 14/7/2016 ha rigettato l’appello.

Nella motivazione ricordava che la de cuius, con testamento olografo, aveva attribuito l’usufrutto generale sui beni relitti al convivente S.S. e che nella denuncia di successione erano state indicate anche delle somme giacenti su di un conto corrente acceso presso la Banca di Sardegna, conto del quale la defunta era cointestataria con il convivente. Si lamentava in citazione che la banca avesse permesso all’altro cointestatario di prelevare l’intero importo depositato, pregiudicando quindi il diritto delle attrici alla loro quota successoria, sicchè doveva reputarsi che l’azione avanzata nei confronti della banca avesse natura contrattuale, per inadempimento degli obblighi scaturenti dal contratto di deposito bancario.

La Corte rilevava che nelle more le attrici avevano transatto la controversia con gli aventi causa dello S., e tale circostanza rompeva in modo definitivo ogni possibile collegamento di responsabilità tra la banca e la parte erede dello S., nei confronti solamente del quale le appellanti avrebbero potuto far valere la tutela dei loro diritti ereditari. Tuttavia, le appellanti insistevano nell’accoglimento della domanda verso la banca, domanda che però doveva esser dichiarata prescritta.

Infatti, mentre il Tribunale aveva considerato che la documentazione versata in atti fornisse la prova dell’interruzione della prescrizione, viceversa in atti non si rinvenivano documenti aventi tale attitudine.

Le appellanti richiamavano alcuni atti processuali del giudizio di primo grado senza però riportarne il contenuto, non rinvenendosi il fascicolo di primo grado. Inoltre, la nota dell’avv. Gagliardi, che per conto delle attrici chiedeva gli estratti conto, non aveva un contenuto univoco tale da giustificare l’evento interruttivo, non contenendo la chiara ed inequivocabile volontà della parte di ottenere il riconoscimento del proprio diritto.

Ancora, alcuni dei fatti narrati dalle attrici, suscettibili di avere rilevanza nei rapporti con la banca, risalivano al (OMISSIS) ed al (OMISSIS) e poi si riscontrava solo una successiva missiva dell’11 maggio 2001, allorchè era già maturata la prescrizione decennale, il che comportava la fondatezza della dedotta eccezione.

Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso C.S. sulla base di due motivi, illustrati da memorie.

Il Banco di Sardegna S.p.A. resiste con controricorso.

2. I due motivi, ma illustrati in maniera unitaria, denunciano la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Si ricorda che presso la banca era stato acceso un conto cointestato tra la de cuius ed il convivente, e che quest’ultimo, dopo la morte della de cuius, aveva prelevato l’intera giacenza, senza che la banca si opponesse a tale comportamento.

Si ricorda che la banca era consapevole del decesso della M. e che, nonostante tale conoscenza, aveva permesso che l’usufruttuario ponesse in essere una condotta illegittima, divenendo quindi concorrente dello stesso.

Quanto all’eccezione di prescrizione, si deduce che vi sarebbero varie missive che attesterebbero l’interruzione della prescrizione, con la conseguenza che la sentenza impugnata non ha risposto adeguatamente alle difese della ricorrente. Oltre ad essere erronea l’affermazione secondo cui a seguito della transazione intervenuta con gli eredi dello S., sarebbe venuto meno il collegamento con la pretesa vantata verso la banca, si assume però la contraddittorietà della motivazione della Corte distrettuale, che pur dando atto dell’assenza del fascicolo di primo grado, fanno però riferimento a documentazione che era ivi contenuta.

Inoltre, non si è tenuto conto che il fascicolo ricostruito era stato depositato telematicamente.

Infine, si deduce che vi sarebbe contraddittorietà della motivazione nella parte in cui le appellanti sono state condannate al rimborso delle spese di lite, statuizione questa che, unitamente al resto della motivazione, denota l’assenza di terzietà ed imparzialità del giudice di appello.

3. I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono inammissibili.

Rileva in primo luogo il Collegio che, pur avendo la sentenza impugnata fondato la propria decisione sul rilievo della prescrizione, eccepita dalla convenuta e riproposta in appello, la giurisprudenza di questa Corte ha reiteratamente affermato che (Cass. n. 15231/2002) nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell’obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicchè il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, e l’adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell’altro contitolare (conf. Cass. n. 12385/2014).

Emerge quindi in maniera evidente, come la domanda proposta risulterebbe in ogni caso infondata nel merito, essendo uno specifico obbligo della banca, scaturente dalla disciplina del contratto bancario, quello di permettere al singolo cointestatario, anche dopo la morte dell’altro titolare del rapporto, di poter pienamente disporre delle somme depositate, ferma restando la necessità di dover verificare la correttezza di tale attività nell’ambito dei rapporti interni tra colui che abbia prelevato e gli eredi del cointestatario deceduto (rapporti che, come correttamente ricordato dalla Corte d’Appello, sono stati oggetto di definizione in via transattiva).

In disparte tale profilo, e ribadito che la sentenza impugnata ha fondato la sua decisione di rigetto della domanda attorea sul profilo preliminare della prescrizione, il motivo è inammissibile nella parte in cui denuncia una violazione di legge, mancando la stessa indicazione della norma sostanziale o processuale che sarebbe stata violata dal giudice di merito, e soprattutto essendo carente la stessa individuazione dell’error ascrivibile al giudice di appello.

La Corte distrettuale, ragionevolmente avvalendosi proprio della documentazione presente nel fascicolo ricostruito (il richiamo ad alcune missive testimonia, infatti, che i giudici di appello hanno avuto modo di esaminare gli atti che la stessa ricorrente aveva inserito nel fascicolo oggetto di ricostruzione), ha però rilevato che mancavano, a differenza di quanto genericamente assunto dal Tribunale, atti effettivamente idonei a determinare l’effetto interruttivo della prescrizione.

A fronte di tale affermazione, la ricorrente assume in maniera del tutto generica, ed in violazione del precetto di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, che in realtà i documenti presenti nella propria produzione comproverebbero l’avvenuta interruzione della prescrizione, manca però ogni specifica indicazione dei documenti ai quali si intende annettere tale efficacia e dove essi siano effettivamente reperibili, anche all’interno del fascicolo oggetto di ricostruzione a cura della ricorrente, così che, ove anche volesse opinarsi nel senso che i giudici di appello non abbiano esaminato e valutato tutta la documentazione contenuta nel fascicolo della ricorrente, ai fini dell’ammissibilità del motivo era specifico onere della stessa ricorrente quello di indicare quale documento decisivo non sarebbe stato esaminato, trascrivendone, ancorchè per sintesi, il contenuto.

Inoltre, senza avvedersi della ratio individuata dal giudice di appello, che ha ritenuto che, ai fini interruttivi della prescrizione, è necessario che l’atto manifesti la volontà precisa della parte di far valere il proprio diritto nei confronti del destinatario della messa in mora, la ricorrente si limita a richiamare, sempre in maniera del tutto generica, l’esistenza di atti che erano volti a far ricostruire l’asse ereditario, senza adeguatamente contrastare l’affermazione del giudice di appello secondo cui la sola richiesta di conoscere la situazione bancaria della de cuius non equivale a sollevare contestazioni circa la legittimità della condotta della banca, e quindi a porre in essere un valido atto interruttivo, omettendo quindi di mettere in evidenza il carattere decisivo del fatto di cui sarebbe stata omessa la disamina.

Risulta del pari inammissibile la denuncia del vizio di motivazione, posto che, come già segnalato, manca la puntuale individuazione del fatto di cui sarebbe stata omessa la disamina da parte del giudice di appello, non essendo più dato, a fronte della riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, limitarsi a denunciare la assunta contraddittorietà della motivazione, ove la stessa non assuma invece caratteri di anomalia in contrasto con il requisito del minimo costituzionale della motivazione (cfr. Cass. S.U. n. 8054/2014), caratteri che nella specie non si riscontrano.

4. Il ricorso deve quindi essere dichiarato inammissibile, dovendosi regolare le spese in base al principio della soccombenza.

Non ricorrono tuttavia i presupposti per l’accoglimento della richiesta della controricorrente di cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive, quanto al riferimento ad una possibile sottrazione del fascicolo di parte, trattandosi di espressioni che non pongono come certo tale evento, ma in termini solo probabilistici, e senza che peraltro ne risulti univocamente attribuita la paternità alla controparte, non rinvenendosi quindi nelle stesse un passionale e scomposto intento dispregiativo e non emergendo perciò un intento offensivo nei confronti della controparte, conservando pur sempre un rapporto, anche indiretto, con la materia controversa, senza eccedere dalle esigenze difensive (cfr. Cass. n. 10288/2009).

5. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al rimborso in favore della controricorrente delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 2.500,00,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali pari al 15% sui compensi ed accessori di legge, se dovuti;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente del contributo unificato per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 13 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 marzo 2021

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Condominio: Il condomino ha diritto al rimborso per i lavori sulle parti comuni, solo se urgenti

Il condomino che, in mancanza di autorizzazione dell’amministratore o dell’assemblea, abbia anticipato le spese di conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso purché ne dimostri, ex art. 1134 c.c., l’urgenza, ossia che le opere, per evitare un possibile pregiudizio a sé, a terzi od alla cosa comune, dovevano essere eseguite senza ritardo e senza possibilità di avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32085-2019 proposto da:

D.G.M., rappresentato e difeso GIUSEPPE TUMMINELLO;

– ricorrente –

contro

C.A., C.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 621/2019 della CORTE D’APPELLO di PALERMO. udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 03/02/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il Tribunale di Palermo accoglieva la domanda proposta da D.G.M., di condanna dei convenuti C.A. e C.G. al pagamento pro quota di opere eseguite dall’attore su edificio condominiale, in quanto ritenute giustificate dal presupposto dell’urgenza.

La corte d’appello, adita dai soccombenti, riformava la sentenza, negando che l’attore avesse dato prova del requisito dell’urgenza.

Per la cassazione della sentenza il D.G. ha proposto ricorso, affidato a un unico motivo, con il quale denuncia la violazione dell’art. 1134 c.c..

C.A., C.G. rimangono intimati.

La causa è stata fissata dinanzi alla Sesta sezione civile della Suprema Corte su conforme proposta del relatore di manifesta infondatezza.

Il ricorso è inammissibile.

Per aver diritto al rimborso della spesa affrontata per conservare la cosa comune, il condomino deve dimostrarne l’urgenza, ai sensi dell’art. 1134 – applicabile anche nel caso di due soli condomini, onde evitare, anche nei cosiddetti condominii minimi, dannose interferenze del singolo condomino, esigenza estranea alla comunione (art. 1110 c.c.) – ossia la necessità – da valutare dal giudice di merito – di eseguirla senza ritardo, e quindi senza poter avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini (Cass. n. 7181/1997).

Il condomino che, in mancanza di autorizzazione dell’amministratore o dell’assemblea, abbia anticipato le spese di conservazione della cosa comune, ha diritto al rimborso purchè ne dimostri, ex art. 1134 c.c., l’urgenza, ossia che le opere, per evitare un possibile nocumento a sè, a terzi od alla cosa comune, dovevano essere eseguite senza ritardo e senza possibilità di avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini (Cass. n. 18759/2016; n. 9280/2018).

Nella sentenza impugnata non si leggono affermazioni in contrasto con tali principi. La corte di merito infatti ha negato il rimborso in base al rilievo che mancava “la prova che dall’omesso compimento degli stessi poteva derivarne un possibile nocumento alla cosa comune od alla stessa incolumità dei condomini o di terzi, ad eccezione delle opere di ripristino del sotto balcone del terzo piano e degli altri sottostanti, il cui immediato mancato compimento avrebbero potuto cagionare, a causa di pericoli di crolli, danni a cose o persone; che in particolare va precisato che mentre appare del tutto evidente che la sostituzione dell’intonaco esterno dell’edificio, sebbene indubbiamente necessario in quanto quello esistente non impediva le infiltrazioni acquifere, non può affatto ritenersi urgente, in assenza della prova del rischio di pericolo di crolli, e che, ugualmente, non può ritenersi che dall’esistenza di semplici macchie di umidità nelle scale possa conseguire il rischio di danni alla cosa comune o all’incolumità delle persone, con conseguente insussistenza della necessità di provvedere senza ritardo al compimento delle opere effettuate nelle scale; che per quanto attiene alle ulteriori opere compiute, in precedenza elencate, appare evidente che, per la loro tipologia, è da escludere a priori che dal loro immediato omesso compimento poteva derivarne il rischio di danni alla cosa comune o all’incolumità delle persone, trattandosi di opere dirette a migliorare l’estetica e/o la funzionalità della cosa comune”.

Tali considerazioni, sopra letteralmente trascritte, sono in linea con la giurisprudenza della corte di legittimità, anche per quanto riguarda la distinzione fra necessità e urgenza. E’ stato chiarito che per avere diritto al rimborso della spesa affrontata per conservare la cosa comune, il condomino deve dimostrarne l’urgenza, ai sensi dell’art. 1134 c.c., ossia la necessità di eseguirla senza ritardo e, quindi, senza potere avvertire tempestivamente l’amministratore o gli altri condomini. Tale accertamento di fatto compete al giudice di merito e detto giudi7io è insindacabile in sede di legittimità, se adeguatamente motivato (Cass. n. 4364/2001; n. 21015/2011).

In verità, risulta del tutto evidente in base al contenuto della censura, che il ricorrente, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione o falsa applicazione di legge, vorrebbe, in realtà, dalla Corte una rivalutazione dei fatti storici operata dal giudice di merito. Ciò in cassazione non è consentito, conseguendone pertanto l’inammissibilità del ricorso (Cass., S.U., n. 34476/2019).

Nulla sulle spese.

Ci sono le condizioni per dare atto al D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto”.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso; dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 3 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 marzo 2021

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Diffamazione sui social network

È diffamazione aggravata diffondere su Facebook notizie sulla relazione extraconiugale dell’ex.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3204/2021, ha confermato la condanna dell’imputata per il reato di diffamazione aggravata, non potendo riconoscere l’attenuante della provocazione in quanto la pubblicazione dei post su Facebook in cui si rende nota la relazione extraconiugale dell’ex marito e le offese rivolte all’amante dell’ex marito, realizzate a distanza di tempo dalla fine della relazione rivelano sentimenti di odio e vendetta. (Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 08/01/2021) 26-01-2021, n. 3204)

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente –

Dott. MICHELE Paolo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

Dott. RICCARDI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.N., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 29/05/2019 della Corte di Appello di Lecce, Sezione distaccata di Taranto;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE RICCARDI;

lette le richieste scritte ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8, del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIORDANO Luigi, che ha concluso chiedendo l’annullamento;

lette le richieste scritte ai sensi del D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 8, del difensore delle parti civili, Avv. Luigi Palmieri, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1. Con sentenza emessa il 29/05/2019 la Corte di Appello di Lecce, Sezione distaccata di Taranto, ha confermato la sentenza del Tribunale di Taranto del 08/03/2017 che aveva affermato la responsabilità di C.N., condannandola alla pena di Euro 1500,00 di multa ed al risarcimento dei danni, per il reato di diffamazione aggravata a mezzo internet, per avere, attraverso il social Facebook, diffuso notizie relative alla relazione extraconiugale tra il proprio ex coniuge, separato, L.L. e A.A., offendendo l’onore e la reputazione della donna, apostrofandola con epiteti volgari (zoccola, puttana, rovina famiglie), e asserendo falsamente che il suo ultimogenito, F.S., fosse nato in seguito alla relazione extraconiugale.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di C.N., Avv. Massimo Saracino, che ha dedotto i seguenti motivi, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio della motivazione della sentenza impugnata perchè, al momento in cui la persona offesa A. è stata ascoltata, vi erano agli atti del fascicolo del dibattimento elementi da cui desumere che la stessa era indagata e imputata in procedimenti connessi per il reato di atti persecutori ai danni della C..

L’eccezione di inutilizzabilità della prova raccolta è stata rigettata dalla Corte di appello con motivazione ritenuta viziata perchè tra i procedimenti penali sussisteva quanto meno un legame di collegamento probatorio rilevante ai sensi dell’art. 371 c.p.p., e, comunque, perchè, sussistendo in atti la prova di detta pendenza, il collegio avrebbe potuto rilevare d’ufficio il vizio lamentato.

2.2. Con il secondo motivo deduce violazione di legge e vizio della motivazione della sentenza impugnata con riguardo al mancato riconoscimento dell’esimente della provocazione, negata con riferimento alla relazione extraconiugale, ma senza alcuna considerazione delle condotte persecutorie, moleste e diffamatorie poste in essere dalla A. tra il 2013 ed i 2015.

2.3. Con il terzo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla pena illegale inflitta, in quanto superiore al massimo edittale di Euro 1032,00.

Motivi della decisione

1. Il ricorso è fondato limitatamente al terzo motivo.

2. Il primo motivo è inammissibile.

In tema di prova dichiarativa, l’omissione dell’avvertimento previsto dall’art. 64 c.p.p., comma 3, lett. c), nei confronti del soggetto che riveste la qualità di indagato o di imputato in un procedimento connesso o collegato (art. 210 c.p.p.) dà luogo all’inutilizzabilità delle dichiarazioni assunte, a condizione che la situazione di incompatibilità a testimoniare, ove non già risultante dagli atti, sia stata dedotta prima dell’esame (Sez. 5, n. 13391 del 23/01/2019, Bazzurri, Rv. 275624, con riferimento ad una fattispecie nella quale la Corte ha escluso l’inutilizzabilità dell’esame testimoniale di una persona della quale, soltanto in udienze successive a quella di assunzione della prova, era stata documentata la qualità di imputato in un procedimento per reato cd. reciproco).

Nel caso in esame, non soltanto la posizione processuale, e la dedotta inutilizzabilità, non sono state eccepite prima dell’esame, ma, dal verbale dell’udienza del 21/10/2015, risulta che è stato espresso il consenso delle parti all’acquisizione della querela sporta da A. ai sensi dell’art. 493 c.p.p., comma 3.

Peraltro, nell’evidenziare che la persona offesa risulta costituita parte civile, va rammentato che, il mancato avvertimento di cui all’art. 64 c.p.p., comma 3, lett. c), all’imputato di reato probatoriamente collegato costituito parte civile, che renda testimonianza con l’assistenza del difensore nominato per l’esercizio dell’azione civile, non determina l’inutilizzabilità delle relative dichiarazioni, in quanto la scelta del medesimo di deporre contro l’imputato è implicita nell’atto costitutivo e nella presenza in dibattimento per rendere testimonianza (Sez. 1, n. 40705 del 10/01/2018, Capitanio, Rv. 27433703).

Va, infine, rilevato i difetto di specificità dell’eccezione di inutilizzabilità proposta, essendo consolidato il principio, affermato anche dalle Sezioni Unite di questa Corte, secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, è onere della parte che eccepisce l’inutilizzabilità di atti processuali indicare, pena l’inammissibilità del ricorso per genericità del motivo, gli atti specificamente affetti dal vizio e chiarirne altresì la incidenza sul complessivo compendio indiziario già valutato, sì da potersene inferire la decisività in riferimento al provvedimento impugnato (Sez. U, n. 23868 del 23/04/2009, Fruci, Rv. 243416); nell’ipotesi in cui con il ricorso per cassazione si lamenti l’inutilizzabilità di un elemento a carico, il motivo di impugnazione deve illustrare, a pena di inammissibilità per aspecificità, l’incidenza dell’eventuale eliminazione del predetto elemento ai fini della cosiddetta “prova di resistenza”, in quanto gli elementi di prova acquisiti illegittimamente diventano irrilevanti ed ininfluenti se, nonostante la loro espunzione, le residue risultanze risultino sufficienti a giustificare l’identico convincimento (Sez. 2, n. 7986 del 18/11/2016, dep. 2017, La Gumina, Rv. 269218; Sez. 3, n. 3207 del 02/10/2014, dep. 2015, Calabrese, Rv. 262011).

Nel caso in esame, la ricorrente ha omesso di dedurre in ordine alla c.d. prova di resistenza, e, dalla sentenza impugnata, risulta che la piattaforma probatoria era costituita anche dalle dichiarazioni dell’ex marito dell’imputata, e dalla copia dei “post” pubblicati su Facebook.

3. Il secondo motivo, con cui si lamenta l’omesso riconoscimento della provocazione, è inammissibile per genericità.

Invero, la sentenza impugnata ha escluso l’applicazione dell’esimente di cui all’art. 599 c.p., rilevando che la condotta diffamatoria dell’imputata è stata posta in essere allorquando la relazione extraconiugale tra il marito e la A. era già terminata, e comunque per un tempo eccedente rispetto alla immediatezza dei fatti, essendo dunque espressione più di un proposito di vendetta, di uno sfogo della rabbia (come pure ammesso dalla C.), che di una reazione ad una provocazione.

Al riguardo, ai fini del riconoscimento dell’esimente della provocazione nei delitti contro l’onore, sebbene sia sufficiente che la reazione abbia luogo finchè duri lo stato d’ira suscitato dal fatto provocatorio, non essendo necessaria una reazione istantanea, è richiesta tuttavia l’immediatezza della reazione, intesa come legame di interdipendenza tra reazione irata e fatto ingiusto subito, sicchè il passaggio di un lasso di tempo considerevole può assumere rilevanza al fine di escludere il rapporto causale e riferire la reazione ad un sentimento differente, quale l’odio o il rancore (Sez. 5, Sentenza n. 7244 del 06/07/2015, dep. 2016, Rv. 267137, che, nella specie, ha ritenuto sussistente lo stato d’ira per le offese pronunciate all’indirizzo della persona offesa lo stesso giorno della condotta provocatoria, a seguito di un incontro casuale in strada, ma non per le dichiarazioni diffamatorie rese ai giornali il giorno dopo, le quali, persa la natura di sfogo immediato per l’ingiustizia subita, avevano assunto la veste di mera ritorsione vendicativa).

Anche la deduzione concernente atti persecutori asseritamente commessi dalla A., indagata e in un caso anche imputata in un procedimento per la violazione dell’art. 612 bis c.p., con condotte commesse a mezzo social network, risulta del tutto generica e priva di specificità, e dunque insuscettibile di apprezzamento.

Peraltro, anche con riferimento a tali condotte – che, stando al ricorso, risalirebbero al periodo tra il 2013 ed il 2015 – va evidenziata l’assenza di immediatezza rispetto alla condotta diffamatoria oggetto del presente processo, trattandosi di fatti (anche) successivi, e dunque insuscettibili di integrare un fatto ingiusto causalmente collegabile al reato di cui all’art. 595 c.p..

4. Il terzo motivo è fondato, in quanto la pena di Euro 1.500,00 di multa è superiore al massimo edittale previsto, per la pena pecuniaria alternativa, dall’art. 595 c.p., comma 1.

La sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio, che, ai sensi dell’art. 620 c.p.p., lett. l), e tenuto conto della determinazione nel massimo del giudice del merito, va rideterminata in Euro 1.032,00 di multa.

5. Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in complessivi Euro 2.500,00, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio, che ridetermina in Euro 1.032,00 di multa.

Rigetta nel resto il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di parte civile, liquidate in complessivi Euro 2.500,00, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 8 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 26 gennaio 2021

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