Alcuni consigli pratici per migliorare la sicurezza dello smart working

Immagine di mohamed mahmoud hassan con licenza CC0 Public Domain

In questo periodo di emergenza per la pandemia Covid-19, in cui si è costretti al “distanziamento sociale”, si lavora e si comunica da remoto.

Ma così come dobbiamo cercare di proteggerci dal virus, allo stesso modo dobbiamo cercare di proteggere le nostre comunicazioni ed il nostro lavoro.

A causa dell’emergenza, molte persone sono state improvvisamente costrette ad adottare nuove modalità di comunicazione e di lavoro a distanza, spesso utilizzando gli strumenti informatici che aveva a disposizione (computer fissi e portatili, tablet, smartphone, etc.) che non erano pensati ed utilizzati per un uso lavorativo.

Un uso lavorativo che impone una maggior protezione di quello che facciamo online.

In realtà, le buone pratiche per la sicurezza online dovrebbero essere adottate sempre. Ma forse risulta più facile capire che la videoconferenza con i colleghi di lavoro in cui si trattano argomenti riservati, deve risultare più protetta della videochiamata all’amico o al parente che non si può incontrare di persona.

Per comprendere i rischi delle comunicazioni da remoto, può essere utile prendere ad esempio quanto accaduto a Zoom in questi ultimi giorni.

Zoom è uno strumento per le videochiamate di gruppo che ha avuto un incredibile successo in queste ultime settimane, vedendo crescere in maniera esponenziale il numero di utenti.

Purtroppo, dopo  qualche tempo si è scoperto che la versione per iPhone condivideva dati degli utenti con Facebook, a scopo pubblicitario, senza specificare la tipologia di informazioni e senza chiedere il consenso degli utenti. E dopo qualche giorno è emerso un fenomeno detto zoombombing: la pratica di interrompere videolezioni e riunioni di vario genere in corso con messaggi stupidi o offensivi da parte di estranei che sono venuti a conoscenza del link per partecipare alla videochiamata.

Questo esempio dimostra che:

  • occorre prestare attenzione agli strumenti che utilizziamo online e sarebbe bene cercare di informarsi prima di utilizzarli
  • occorre alzare il livello di sicurezza nostro e degli strumenti che utilizziamo.

In queste ultime settimane sono usciti vari suggerimenti per alzare il livello di protezione degli strumenti informatici che utilizziamo; cerco qui di riassumere i consigli che ritengo più utili e più pratici. Eventuali esempi pratici sono pensati per un computer con Windows 10.

 

Multiutenza

Se utilizzate un computer condiviso (magari è l’unico computer della famigli e viene utilizzato anche dal figlio/a per seguire le lezioni on line, o dal marito/moglie per il proprio lavoro) è necessario avere un account per ogni utilizzatore del computer, in modo che “gli spazi di lavoro” risultino distinti e separati.

Per farlo, andate su Impostazioni / Account / Famiglia e altri utenti.


Aggiornamenti

Il sistema operativo ed i programmi che utilizzate devono essere aggiornati.

I programmi vengono costantemente aggiornati sia per apportare miglioramenti nelle funzioni, sia per risolvere bug o vulnerabilità. Un programma vecchio spesso contiene vulnerabilità note che lo rendono meno sicuro.

Lo stesso vale per il sistema operativo.

Il sistema operativo dovrebbe aggiornarsi automaticamente, ma è bene verificare in Impostazioni / Aggiornamento e Sicurezza / Verifica disponibilità aggiornamenti.

Per tutti gli altri programmi, cercate la funzione Verifica aggiornamenti o simile.

 

Antivirus

Impensabile non averlo. Installatelo e basta.

Windows ha già installato un antivirus (Windows Defender).

Ci sono poi molti antivirus gratuiti (cercateli su Aranzulla…).

 

Connessione sicura

È necessario utilizzare una connessione internet sicura. Il che significa:

  • non utilizzate una connessione wi-fi pubblica, ma la vostra connessione
  • verificate che il vostro modem/router sia aggiornato: di norma il firmware si dovrebbe aggiornare automaticamente, ma provate a verificare accedendo alle impostazioni del modem.

Normalmente per accedere al modem si digita nella barra indirizzi del browser 192.168.1.1 e ci si collega con Userid e password. Spesso nei modem entrambi sono admin: se non l’avete ancora fatto, cambiate queste credenziali di accesso (e appuntatele per non dimenicarle). Se non lo fate, chiunque potrebbe accedere al vostro modem.

  • verificate la sicurezza della connessione al servizio che utilizzate

Quando vi collegate alla vostra banca, pretendete che nessuno possa vedere quello che state facendo. Lo stesso deve valere per gli altri servizi che utilizziamo online, soprattutto se ci servono per condividere il lavoro con altri. Verificate quindi di utilizzare una connessione https (e non la semplice http! controllate la prima parte dell’indirizzo) e che nella barra del vsotro browser vi sia l’immagine di un lucchetto che indica che la connessione è sicura.


Backup

La definizione migliore di backup è: “quella cosa che doveva essere fatta prima“.

Nel momento in cui il computer si rompe o non funziona o per qualsiasi motivo non riuscite più ad eccedere ai vostri dati, alla posta, alle cartelle ed ai files su cui lavorate, si capisce l’importanza del backup.

Una memoria esterna su cui copiare i files e le cartelle più importanti costa poche decine di euro e vi permetterà di risparmiare tempo ed imprecazioni nel momento in cui avrete bisogno di recuperare e ripristinare i dati.

Nei backup si dovrebbe rispettare la regola del 3-2-1: 3 copie di backup, su 2 supporti diversi (ad esempio una chiavetta USB ed un hard disk esterno), di cui 1 da tenere in un posto diverso dalle altre (poco utile tenere un backup nella borsa del computer se poi vi rubano borsa, computer e backup; per questo una copia dovrebbe essere conservata in un altro posto). 

Attenzione ai servizi ed ai programmi online

Abbiamo visto sopra l’esempio di Zoom, un servizio per videoconferenze che ha avuto un incredibile successo nei primi giorni di lockdown e che poco dopo ha dimostrato di presentare gravi falle relative a sicurezza e privacy.

Quando usate un servizio online non affidatevi al primo servizio che trovate, ma cercate di informarvi su quello che offre, tenedo presente anche lo scopo per cui  lo utilizzate (per chattare con gli amici o per comunicazioni di lavoro che devono restare confidenziali?) e valutandone le caratteristiche anche in termini di privacy e sicurezza.

Inoltre, valutate anche se potrete utilizzarlo alla fine di questo periodo di emergenza. Molti grandi player in questo periodo stanno mettendo a disposizione gratuitamente servizi che normalmente sono a pagamento e che torneranno a pagamento alla fine dell’emergenza. Valutate se in futuro sarete disposti a pagare o valutate alternative che potrete utilizzare anche successivamente.

Ad esempio, invece di utilizzare Zoom è possibile utilizzare Jitsi, un srvizio di videoconferenza open source che può essere anche ospitato su un proprio server, garantendo sicurezza e privacy nelle conversazioni. Se vi risulta difficile gestire in proprio tale servizio, è possibile usarlo gratuitamente ed in sicurezza da qui. È sufficiente dare un nome alla vostra videochiamata (magari cercando un nome o un codice non troppo banale: se usate “prova” rischiate di trovarvi in videoconferenza con altri che hanno usato la stessa parola). Potete anche aggiungere una password per regolare l’accesso alla vidoeconferenza.

In questi giorni sono stati messi a disposizione altri server con installato Jitsi. Questo è italiano e questo è svizzero.


Altre alternative ai più comuni programmi collaborativi possono essere trovati qui (particolarmente interessante Cryptpad, simile a documenti Google per lavorare su documenti condivisi con il massimo di sicurezza e privacy.)


Password Manager

Quando lavoriamo online ed usiamo molteplici servizi, abbiamo bisogno di ricordare nomi e password di ciascun servizio.

Purtroppo, sappiamo che molto spesso vengono utilizzate le stesse password per molti – se non tutti – i servizi, e che spesso la password è di una banalità e semplicità disarmante (la più comune resta ancora 123456).

Molti servizi hanno subito nel corso del tempo dei data breach e nomi utenti e password sono stati resi pubblici. Se usate un nome utente e password uguali per il servizio A e per il servizio B ed il servizio A viene “bucato” esponendo nomi utenti e password, anche il servizio B diventa vulnerabile. Se poi avete usato la stessa password del servizio A per tutti gli altri servizi, allora avete un grosso problema.

Se volete verificare se siete stati coinvolti in qualche violazione di dati, potete controllare:
https://haveibeenpwned.com/
https://monitor.firefox.com/

Se invece volete verificare la sicurezza della vostra password, controllate qui.

D’altra parte ricordare tutte le password non è sempre facile.

Per risolvere questo problema basta utilizzare un password manager, cioè un programma o un estensione per il browser che memorizza tutte le vostre password (e volendo le può creare).

Sarà sufficiente memorizzare una sola password, quella per accedere al programma: tutte le altre password saranno memorizzate in modo sicuro in una sorta di cassaforte informatica a cui potrete accedere solo voi. E visto che non dovrete più ricordarle, potrete utilizzare password diverse e complicatissime per ogni servizio. O ancora meglio: lasciarle generare al password manager che si preoccuperà anche di memorizzarle per voi.

LastPass e 1Password sono i servizi più noti.

Un ottimo servizio open source che può essere utilizzato come programma del pc, come estensione del browser e come app sullo smartphone è Bitwarden, un password manager che consiglio vivamente.


Autenticazione a due fattori

Si tratta di un argomento strettamente collegato alla sicurezza ed all’utilizzo di credenziali (come la password) per accedere ai siti.

Come spiega Wikipedia, per autenticarsi ai sistemi informatici, si possono utilizzare metodi diversi:

  • “Una cosa che conosci”, per esempio una password o il PIN.

  • “Una cosa che hai”, come un telefono cellulare, una carta di credito o un oggetto fisico come un token.

  • “Una cosa che sei”, come l’impronta digitale, il timbro vocale, la retina o l’iride, o altre caratteristiche di riconoscimento attraverso caratteristiche uniche del corpo umano

Si parla di autenticazione a due fattori quando l’accesso si basa su due diversi metodi di autenticazione tra quelli sopra elencati. Una autenticazione a due fattori si contrappone dunque ad una comune autenticazione basata sulla sola password. L’autenticazione a due fattori viene definita un’autenticazione forte.

La pratica è molto più semplice della teoria. Ad esempio, nel momento in cui accedete ad un sito, inserite Userid e Password, ma vi viene chiesto anche un codice che vi arriva sul cellulare (“Una cosa che hai”).

Spesso, questo codice viene richiesto solo la prima volta che si accede da un dispositivo (ad es. il vostro PC), e non viene più richiesto se accedete ancora dallo stesso dispositivo.

Ma se un malintenzionato che è venuto a conoscenza dei vostri Userid e password (magari oggetto di un data breach e che “girano” sul web) cerca di utilizzarli, gli viene richiesto il codice che arriva sul vostro cellulare e quindi non riesce a completare l’accesso. Il vostro account rimane sicuro e spesso a voi viene inviata una notifica.

 

Una sana paranoia

Si dice che l’anello più debole della catena di sicurezza informatica, sia la persona che usa il computer. I computer non vengono infettati da virus da soli, ma siamo noi che apriamo una mail o l’allegato di una mail o inseriamo una chiavetta USB di dubbia provenienza.

Perciò, come consiglia il prof. Ziccardi occorre una sana paranoia: perché mi è arrivata questa mail? chi me la manda? sto aspettando un allegato?

Facciamo attenzione alle mail, vediamo come sono scritte (si tratta di un italiano corretto?), se il contenuto è plausibile (quante mail che ci comunicavano di essere eredi di migliaia di dollari da parte di uno sconosciuto benefattore morto!) se effettivamente aspettavamo una fattura o un rimborso.

Non clicchiamo su link “a caso”, prendiamoci un attimo per pensare e – nel dubbio – non apriamo link o allegati.

 

 

Fonti:

Enisa (https://www.enisa.europa.eu/tips-for-cybersecurity-when-working-from-home; https://www.enisa.europa.eu/news/executive-news/top-tips-for-cybersecurity-when-working-remotely)

Prof. Giovanni Ziccardi (Webinair ” Lo studio «delocalizzato» in
periodo di emergenza”  di Giuffré Francis Lefebvre del 25.03.2020 e in generale:
https://ziccardi.ghost.io/


https://lealternative.net/

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Prime indicazioni del Garante Privacy sulla didattica a distanza

 

Con provvedimento del 26.03.2020 il Garante per la Protezione dei Dati Personali ha fornito le prime indicazioni su come utilizzare la didattica a distanza.

Questi i punti fondamentali:

  • le scuole sono titolari del trattamento
  • le scuole sono autorizzate a trattare i dati (anche particolari) di insegnanti, alunni (anche minorenni), genitori e studenti purché funzionali all’attività didattica e formativa
  • non serve quindi richiedere uno specifico consenso al trattamento dei dati, in quanto anche la didattica a distanza rientra tra le funzioni della scuola
  • spetta alle singole scuole scegliere la piattaforma da utilizzare per la didattica a distanza, rispettando i principi di privacy by design e by default e le garanzie offerte sul piano della protezione dei dati
    personali
  • la piattaforma scelta, se tratta dati personali per conto della scuola deve qualificarsi come responsabile del trattamento ed il rapporto deve essere regolato con contratto
  • si dovrebbe scegliere una piattaforma che fornisca solo i servizi necessari, ad esempio un servizio di videoconferenza ad accesso riservato
  • ove si scegliessero servizi più strutturati che offrono molteplici funzioni, si avrà l’accortezza di attivare solo i servizi e le funzioni necessarie alla didattica a distanza (evitando ad esempio di attivare servizi relativi alla geolocalizzazione);
  • i gestori delle piattaforme utilizzate dalle scuole non devono subordinare la possibilità di utilizzare i servizi di didattica a distanza alla fornitura di altri servizi o al consenso al trattamento di dati diversi e ulteriori rispetto a quelli necessari per l’insegnamento.
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MATRIMONIO E DIVORZIO Divorzio (assegno di mantenimento dei figli): Modifica dell’assegno

In merito alla domanda concernente la revisione del contributo al mantenimento dei figli, sia minorenni che maggiorenni non economicamente autosufficienti, proposta ex art. 9 della legge n. 898 del 1970 (Divorzio), il giudice non può procedere ad una nuova ed autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti valutate al momento della pronuncia del divorzio, ma, nel piena rispetto delle valutazioni espresse al momento dell’attribuzione dell’emolumento, deve limitarsi a verificare se, ed in quale misura, le circostanze sopravvenute abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto e ad adeguare l’importo o lo stesso obbligo della contribuzione alla nuova situazione patrimoniale. Ciò perché i “giustificati motivi”, la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di divorzio dei coniugi, sono ravvisabili nei fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale la sentenza era stata emessa o gli accordi erano stati stipulati, con la conseguenza che esulano da tale oggetto i fatti preesistenti, ancorché non presi in considerazione in quella sede per qualsiasi motivo.

Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 15/11/2018) 14-12-2018, n. 32529O

SEPARAZIONE DEI CONIUGI
Alimenti e mantenimento

FattoDirittoP.Q.M.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria C. – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25351/2015 proposto da:

C.C., domiciliato in Roma, P.zza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’Avvocato Paesano Gaetana, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.A., C.F., Ca.Ca., Pm Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Lagonegro;

Pg Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza;

Pg Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione;

– intimati –

avverso il decreto della CORTE D’APPELLO di POTENZA, depositata il 24/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 15/11/2018 dal cons. TRICOMI LAURA.

Svolgimento del processo

CHE:

La Corte di appello di Potenza, con il decreto in epigrafe impugnato, per quanto interessa, aveva confermato la decisione del Tribunale di Lagonegro, in controversia concernente la richiesta di modifica delle condizioni economiche relative al mantenimento della figlia Caterina, maggiorenne ma non economicamente autosufficiente, e della assegnazione della casa familiare conseguenti al divorzio, proposta da C.C. nei confronti di F.A., Ca.Ca. e C.F..

C.C. propone ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost. con sei mezzi, ciascuno articolato in una pluralità di profili.

Gli intimati non hanno svolto difese.

Il ricorso è stato fissato per l’adunanza in camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 c.p.c., u.c. e art. 380 bis 1 c.p.c..

Motivi della decisione

CHE:

1.1. Con il primo motivo si denuncia: a) la violazione o falsa applicazione dell’art. 24 Cost., degli artt. 100, 103, 105, 331 e 336 cod. proc. civ.; b) la violazione o falsa applicazione degli artt. 337 sexies e 337 septies cod. civ. e degli artt. 100, 103 e 105 cod. proc. civ. per avere la Corte di appello dichiarato l’inammissibilità del reclamo proposto nei confronti del figlio C.F., sulla considerazione che quest’ultimo, pur evocato in giudizio, era estraneo alla lite in quanto economicamente autosufficiente, residente in Lussemburgo e non destinatario di domande giudiziali.

Il ricorrente ha ricordato, a sostegno della prospettazione, che il figlio in primo grado si era costituito dando prova di avere interesse alla decisione, di guisa che – a suo parere – sarebbe stato più corretto procedere con una estromissione, e che la invocata riforma avrebbe esteso i suoi effetti a tutti i provvedimenti, coinvolgendo anche gli interessi del figlio.

Ha aggiunto, quindi, che tra le domande proposte vi era anche quella di revoca dell’assegnazione della casa familiare alla ex moglie, già assegnata alla stessa anche nell’interesse di Francesco e che ciò rendeva necessaria la partecipazione del figlio anche al fine di favorire una risoluzione in concreto del conflitto.

1.2. Il motivo è inammissibile.

La doglianza, proposta come violazione o falsa applicazione di legge, in realtà prospetta un error in procedendo, atteso che “La “legitimatio ad causam”, attiva e passiva, consiste nella titolarità del potere di promuovere o subire un giudizio in ordine al rapporto sostanziale dedotto, secondo la prospettazione della parte, mentre l’effettiva titolarità del rapporto controverso, attenendo al merito, rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio dei soggetti in lite. Ne consegue che il difetto di “legitimatio ad causam”, riguardando la regolarità del contraddittorio, costituisce un “error in procedendo” ed è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo” (Cass. n. 7776 del 27/03/2017).

Nello specifico, la censura va disattesa.

Invero la statuizione, formulata in accoglimento di una specifica eccezione del figlio Francesco, come si evince dal ricorso (fol.4), chiarisce in maniera lineare l’estraneità del figlio sia alla domanda di revoca dell’assegno di mantenimento – non essendone il destinatario in quanto economicamente autosufficiente – sia alla domanda di revoca dell’assegnazione della casa familiare – risiedendo stabilmente in Lussemburgo -; tali circostanze non sono state smentite dal ricorrente che, pur prospettando il possibile coinvolgimento di interessi del figlio, in contrasto con la linea difensiva adottata da quest’ultimo e condivisa dalla Corte di appello, non ne ha esplicitato nè il contenuto, nè l’attualità.

2.1. Con il secondo motivo, afferente al rigetto della richiesta di revoca dell’assegno di mantenimento riconosciuto alla figlia Caterina, maggiorenne, si denuncia: a) la violazione o falsa applicazione dell’art. 148 cod. civ. e dell’art. 9, comma 1, legge divorzio; b) l’omesso esame di un fatto decisivo; c) la nullità del procedimento o della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ..

Secondo il ricorrente la Corte di appello avrebbe errato per non avere valutato la documentazione dalla quale emergeva che la figlia sin dal 2011 aveva svolto alcune attività lavorative part-time e vissuto per un periodo in Lussemburgo.

2.2. Il motivo è infondato.

In ordine alla domanda concernente la revisione del contributo al mantenimento dei figli, sia minorenni che maggiorenni non economicamente autosufficienti, proposta L. n. 898 del 1970, ex art. 9 il giudice non può procedere ad una nuova ed autonoma valutazione dei presupposti o dell’entità dell’assegno, sulla base di una diversa ponderazione delle condizioni economiche delle parti valutate al momento della pronuncia del divorzio, ma, nel pieno rispetto delle valutazioni espresse al momento dell’attribuzione dell’emolumento, deve limitarsi a verificare se, ed in quale misura, le circostanze sopravvenute abbiano alterato l’equilibrio così raggiunto e ad adeguare l’importo o lo stesso obbligo della contribuzione alla nuova situazione patrimoniale (Cass. n. 214 del 11/01/2016, n. 14143 del 20/06/2014), ciò in quanto i “giustificati motivi”, la cui sopravvenienza consente di rivedere le determinazioni adottate in sede di divorzio dei coniugi, sono ravvisabili nei fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale la sentenza era stata emessa o gli accordi erano stati stipulati, con la conseguenza che esulano da tale oggetto i fatti preesistenti, ancorchè non presi in considerazione in quella sede per qualsiasi motivo (cfr. in proposito Cass. n. 28436 del 28/11/2017, pronunciata in relazione revisione degli oneri conseguenti a separazione giudiziale).

La Corte di appello si è attenuta a questi principi ed ha correttamente considerato, nel presente giudizio di revisione introdotto dal ricorrente dinanzi al Tribunale di Lagonegro nell’aprile 2014 -, i fatti sopravvenuti e non già in fatti anteriori alla sentenza di divorzio (2013) e, quindi, astrattamente già valutabili e/o valutati in quella sede, come le circostanze relative ad attività lavorative part-time che la figlia avrebbe svolto nel 2011 e nel 2012 e ad esperienze professionali compiute in Lussemburgo tra il 2009 ed il 2013.

3.1. Con il terzo motivo, sempre afferente al rigetto della richiesta di revoca dell’assegno di mantenimento riconosciuto alla figlia Caterina, con specifico riferimento alla mancata presentazione di quest’ultima all’interrogatorio formale, si denuncia: a) la violazione e falsa applicazione dell’art. 148 cod. civ., art. 9 legge div., art. 2697 cod. civ.art. 232 c.p.c., commi 1 e 2; b) la violazione o falsa applicazione degli artt. 112, 115 e 116 cod. proc. civ.; c) la nullità del procedimento o della sentenza per violazione degli artt. 112, 115 e 116 cod. proc. civ..

In particolare il ricorrente si duole che il Tribunale abbia ritenuto giustificata l’assenza di Ca., non comparsa a rendere interrogatorio formale ammesso e che il motivo di appello proposto in merito sia stata obliterato dalla Corte di appello che avrebbe omesso di pronunciarsi sul punto.

3.2. Il terzo motivo è inammissibile.

In disparte dalla evidente carenza di autosufficienza del motivo che non illustra le ragioni della doglianza che sarebbe stata pretermessa, va ricordato in premessa che “La differenza fra l’omessa pronuncia di cui all’art. 112 c.p.c. e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile “ratione temporis”, si coglie nel senso che, mentre nella prima l’omesso esame concerne direttamente una domanda od un’eccezione introdotta in causa (e, quindi, nel caso del motivo d’appello, uno dei fatti costitutivi della “domanda” di appello), nella seconda ipotesi l’attività di esame del giudice, che si assume omessa, non concerne direttamente la domanda o l’eccezione, ma una circostanza di fatto che, ove valutata, avrebbe comportato una diversa decisione su uno dei fatti costitutivi della domanda o su un’eccezione e, quindi, su uno dei fatti principali della controversia” (Cass. n. 1539 del 22/01/2018).

Nel caso di specie non ricorre alcuna omessa pronuncia poichè la domanda di revisione dell’assegno di mantenimento è stata esaminata e respinta, implicitamente disattendendo anche il motivo relativo alla rilevanza o meno del mancato espletamento dell’interrogatorio formale (Cfr. Cass. n. 20718 del 13/08/2018, n. 29191 del 06/12/2017), che atteneva alla valutazione del compendio probatorio.

4.1. Con il quarto motivo, sempre afferente al rigetto della richiesta di revoca dell’assegno di mantenimento riconosciuto alla figlia Ca., con specifico riferimento alla dichiarazione di rinuncia formulata da questa, si denuncia: a) la violazione o falsa applicazione dell’art. 148 cod. civ., art. 9 legge div., art. 2697 cod. civ., art. 337 septies cod. civ.; b) la nullità del procedimento o della sentenza per violazione degli artt. 90, 100 e 112 cod. proc. civ..

Il ricorrente, dopo aver ricordato che la figlia per il tramite del difensore in primo grado aveva depositato una dichiarazione di rinuncia al mantenimento, ritenuta ininfluente dal Tribunale perchè afferente a diritti indisponibili, lamenta che la Corte di appello, sullo specifico motivo di appello, si sia pronunciata procedendo ad un’interpretazione della volontà della figlia volta a valorizzare la presunzione di un’esigenza di tutela, comunque emersa dalla sua dichiarazione, invece di pronunciarsi sulla questione dell’indisponibilità o meno del diritto al mantenimento della figlia maggiorenne – a suo parere – soggetto al principio della domanda.

Inoltre sottolinea che la dichiarazione di rinuncia, unitamente alla mancata presentazione all’interrogatorio formale, avrebbe potuto condurre a diversa valutazione e che nessuna efficacia avrebbe dovuto attribuirsi alle difese articolate della madre, venendo meno la sua legittimazione concorrente in presenza di una diversa volontà manifestata dalla figlia.

4.2. Il motivo è infondato.

Richiamato quanto già in precedenza affermato (v. sub 3.2.) in merito alla questione dell’interrogatorio formale, è opportuno considerare – in relazione alla dichiarazione integrante la “c.d. rinuncia”, trasmessa dalla figlia tramite il legale ed alla questione della legittimazione della madre – che “L’obbligo di mantenere il figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età, ma si protrae, qualora questi, senza sua colpa, divenuto maggiorenne, sia tuttavia ancora dipendente dai genitori. Ne consegue che, in tale ipotesi, il coniuge separato o divorziato, già affidatario è legittimato, “iure proprio” (ed in via concorrente con la diversa legittimazione del figlio, che trova fondamento nella titolarità, in capo a quest’ultimo, del diritto al mantenimento), ad ottenere dall’altro coniuge un contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. Pertanto, non potendosi ravvisare nel caso in esame una ipotesi di solidarietà attiva (che, a differenza di quella passiva, non si presume), in assenza di un titolo, come di una disposizione normativa che lo consentano, la eventuale rinuncia del figlio al mantenimento, anche a prescindere dalla sua invalidità, dovuta alla indisponibilità del relativo diritto, che può essere disconosciuto solo in sede di procedura ex art. 710 cod. proc. civ., non potrebbe in nessun caso spiegare effetto sulla posizione giuridico – soggettiva del genitore affidatario quale autonomo destinatario dell’assegno” (Cass. n. 1353 del 18/02/1999; cfr. in termini, Cass. n. 11648 dell’11/7/2012, non massimata).

La Corte di appello ha fatto applicazione di detto principio in quanto si è limitata a valutare il contenuto della dichiarazione escludendo che emergessero circostanze di fatto significative di una effettiva raggiunta autosufficienza della figlia, senza attribuirle il valore di rinuncia e la decisione è immune da vizi.

5.1. Con il quinto motivo, afferente al rigetto della richiesta di revoca dell’assegnazione della casa familiare, si denuncia: a) la nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ.; b) la violazione e falsa applicazione degli artt. 6 e 9 della legge div. e dell’art. 337 sexies cod. civ.; c) l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

Il ricorrente, dopo avere ricordato di avere svolto specifico motivo di appello in merito alla disattesa domanda di revoca dell’assegnazione della casa coniugale, lamenta che la Corte di appello non abbia pronunciato sulla domanda e, conseguentemente, non abbia nemmeno tenuto conto dei fatti addotti a sostegno della stessa idonei, a suo parere, a giustificare la revoca.

5.2. Il motivo è infondato.

La Corte di appello si è pronunciata: ha, infatti, respinto il reclamo sulla considerazione della accertata residenza della figlia a (OMISSIS), dato fattuale che non appare smentito ne inficiato dalle circostanze addotte dal ricorrente circa la sua disponibilità a rendere accessibile l’abitazione alla figlia, indipendentemente da un formale provvedimento, le condizioni di degrado dell’immobile e la circostanza – in tesi del ricorrente – che per un periodo la figlia abbia lavorato fuori dal paese di residenza.

6.1. Con il sesto motivo si denuncia la nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. con riferimento all’omessa pronuncia in merito al reclamo afferente il contenuto dei provvedimenti adottati in primo e secondo grado nei diversi procedimenti che hanno caratterizzato il divorzio, nei quali – a parere del ricorrente – le medesime circostanze di fatto (l’età, la sperimentazione di attività lavorative, la capacità e voglia di lavorare) avevano condotto a conclusioni opposte, essendo stato escluso l’obbligo di mantenimento per il figlio Francesco e mantenuto per la figlia Ca..

6.2. Il motivo è inammissibile.

Il ricorrente, mancando all’onere di autosufficienza sullo stesso gravante, propone un raffronto tra sentenze e provvedimenti, anche emessi in procedimenti differenti senza nemmeno trascrivere le motivazioni a corredo delle conclusive statuizioni – a suo parere – confliggenti e che sarebbero state necessari per poter apprezzare la doglianza e coglierne la pertinenza con l’oggetto del presente giudizio.

7. In conclusione il ricorso va rigettato.

Non si provvede sulle spese del giudizio di legittimità, stante il mancato svolgimento di attività difensiva da parte degli intimati.

Si dà atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. del 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Va disposto che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso;

Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis;

– Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 15 novembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2018

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Baciare una donna sulla bocca contro la sua volontà integra il reato di violenza sessuale.

“Ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, va qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica”

 

 

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 29 maggio – 2 ottobre 2018, n. 43553

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSI Elisabetta – Presidente –

Dott. GALTERIO Donatella – Consigliere –

Dott. DI STASI Antonella – Consigliere –

Dott. CORBETTA Stefano – rel. Consigliere –

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

K.H., nato in (OMISSIS);

avverso la sentenza del 06/07/2017 della Corte d’appello di Reggio Calabria;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Stefano Corbetta;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. ANGELILLIS Ciro, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo
1. Con l’impugnata sentenza, la Corte d’appello di Reggio Calabria confermava la decisione resa dal Tribunale di Reggio Calabria, appellata dall’imputato, che aveva condannato K.H. alla pena di giustizia, previo riconoscimento dell’attenuante di cui all’art. 609 bis c.p., comma 3, perchè ritenuto responsabile del delitto di cui agli artt. 56 e 609 bis c.p., così riqualificata l’originaria contestazione di violenza sessuale consumata; l’imputato veniva, inoltre, assolto dal delitto di cui all’art. 337 c.p., per insussistenza del fatto.

2. Avverso l’indicata sentenza l’imputato, per il tramite del difensore di fiducia, propone ricorso per cassazione, articolato in due motivi.

2.1. Con il primo motivo si deduce vizio motivazionale con riferimento all’art. 609 bis c.p., in relazione agi artt. 192 e 533 c.p.p.. Ad avviso del ricorrente, la Corte territoriale avrebbe desunto che il bacio fosse diretto sulla bocca della persona offesa, anzichè verso altre zone del corpo, come la fronte, sulla base di mere presunzioni non sorrette da alcun elemento probatorio.

2.2. Con il secondo motivo si eccepisce violazione di legge in relazione all’art. 609 bis c.p.. Assume il ricorrente che i giudici di merito avrebbero dovuto ravvisare l’ipotesi delittuosa di cui all’art. 610 c.p., in quanto l’azione dell’imputato non era diretta al soddisfacimento della propria concupiscenza, bensì all’esternazione del sentimento amoroso, sebbene non corrisposto. Secondo il ricorrente, il tentativo di bacio non sarebbe da considerare atto sessuale, in quanto i due si conoscevano da tempo e si frequentavano, e l’imputato, tentando di baciare la persona offesa, atto che nella cultura indiano non ha una connotazione sessuale, avrebbe semplicemente manifestato il suo sentimento amoroso.

Motivi della decisione
1. Il ricorso è infondato e, pertanto, deve essere rigettato.

2. I due motivi, che possono essere trattati congiuntamente stante la concatenazione logica delle questioni trattate, sono infondati.

3. Va ricordato che il bene tutelato dall’art. 609 bis c.p., è rappresentato dalla libertà personale dell’individuo, che deve poter compiere atti sessuali in assoluta autonomia e libertà, contro ogni possibile condizionamento, fisico o morale, e contro ogni non consentita e non voluta intrusione nella propria sfera intima, anche se attuata con l’inganno. La libertà sessuale è perciò espressione della personalità dell’individuo, che trova copertura costituzionale nei precetti di cui all’art. 2 Cost., e art. 3 Cost., comma 2. In coerenza con il bene protetto e con la centralità della persona offesa, ai fini della tipizzazione dell’offesa non si richiede nè il dolo specifico, nè alcun movente esclusivo, in quanto qualsiasi valorizzazione di questi atteggiamenti interiori sposterebbe il disvalore della condotta incriminata dalla persona che subisce la limitazione della libertà sessuale a chi la viola.

3.1. Ciò premesso, la definizione di un atto come di natura “sessuale” deve essere ricercata su un piano oggettivo, indipendentemente dalle intenzioni dell’agente, che deve solo essere consapevole della natura “sessuale” dell’atto posto in essere con la propria condotta cosciente e volontaria.

3.2. La connotazione “sessuale” dell’atto, quindi, è definita non solo dalla scienza medica e dalle scienze umane, ma anche dalla cultura di una data comunità in un dato momento storico. In altri termini, la natura sessuale dell’atto deriva dalla sua attitudine ad essere oggettivamente valutato, secondo canoni scientifici e culturali, come erotico, idoneo cioè a incarnare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dal fatto che proprio questo sia lo scopo dell’agente.

Oltre a condotte che possiedono un’evidente carica sessuale (masturbazione, rapporti vaginali, ecc.), vi sono atti la cui valutazione “sessuale” deve essere valutata casa per caso, in relazione al particolare contesto in cui si inserisce la condotta e/o alla natura dei rapporti che intercorrono con il suo autore o alla natura della prestazione; ad esempio, non possono qualificarsi come sessuali i gesti d’affetto genitoriale, i baci sulle guance dati in segno di affetto o di saluto. In casi del genere, la natura “sessuale” dell’atto deve essere valutata secondo il significato “sociale” della condotta, avuto riguardo all’oggetto dei toccamenti, ma anche – quando ciò non sia sufficiente – al contesto in cui l’azione si svolge, ai rapporti intercorrenti tra le persone coinvolte e ad ogni altro elemento eventualmente sintomatico di una indebita compromissione della libera determinazione della sessualità del soggetto passivo che sia oggettivamente e socialmente percepibile come tale (Sez. 3^, n. 18679 del 19/11/2015, dep. 05705/2016, non massimata; Sez. 3, n. 964 del 26/11/2014 – dep. 13/01/2015, R, Rv. 261634).

3.3. Di conseguenza, ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, va qualificato come “atto sessuale” anche il bacio sulla bocca che sia limitato al semplice contatto delle labbra, potendosi detta connotazione escludere solo in presenza di particolari contesti sociali, culturali o familiari nei quali l’atto risulti privo di valenza erotica, come, ad esempio, nel caso del bacio sulla bocca scambiato, nella tradizione russa, come segno di saluto (Sez. 3, n. 25112 del 13/02/2007 – dep. 02/07/2007, Greco, Rv. 236964).

4. Si deve poi osservare che, per costante giurisprudenza, in tema di violenza sessuale, è configurabile il tentativo del reato, previsto dall’art. 609 bis c.p., in tutte le ipotesi in cui la condotta violenta o minacciosa non abbia determinato una immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima, poichè l’agente non ha raggiunto le zone intime (genitali o erogene) della vittima ovvero non ha provocato un contatto di quest’ultima con le proprie parti intime (così, da ultimo, Cass., Sez. 3, n. 17414 del 18/02/2016 – dep. 28/04/2016, F, Rv. 266900). Si è, altresì, precisato che il tentativo è configurabile non solo nel caso in cui gli atti idonei diretti in modo non equivoco a porre in essere un abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto sia stato superficiale o fugace e non abbia attinto una zona erogena o considerata tale dal reo per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente (Cass., Sez. 3, n. 4674 del 22/10/2014 – dep. 02/02/2015, S, Rv. 262472; Cass., Sez. 3, n. 21840 del 17/02/2011 – dep. 01/06/2011, L., Rv. 249993).

5. Venendo al caso di specie, non si è al cospetto del tentativo di un semplice e fugace bacio sulla guancia, in segno di saluto o di affetto, ma di un’indebita interferenza nella sfera sessuale della vittima.

Invero, i giudici di merito hanno accertato che i due si conoscevano da alcuni mesi, che avevano o fatto tre-quattro passeggiate sul lungomare, e che l’imputato si fosse innamorato della B., la quale, invece, da subito aveva chiarito che non era affatto intenzionata a coltivare alcuna relazione sentimentale, essendo già sposata. Orbene, con motivazione immune da vizi logici, i giudici di merito hanno ritenuto che, proprio perchè “respinto”, l’imputato aveva atteso la persona offesa all’uscita del luogo di lavoro, aggredendola e tentando di baciarla, come affermato non solo dalla donna, ma anche dell’agente di p.g., intervenuto sul posto, il quale notò il K. che tratteneva per il collo e per il braccio la B., la quale cercava di divincolarsi dalla presa e di spingerlo e di allontanarlo da sè. Peraltro, la Corte territoriale, con motivazione non manifestamente illogica, ha confutato le versione dell’imputato, secondo cui egli aveva baciato la donna sulla fronte, osservando che, se così fosse stato, la B. non avrebbe avuto motivo di tentare di divincolarsi da un’azione di presa violenta e di allontanare il suo aggressore, tanto più che, durante l’azione, l’imputato aveva anche toccato il seno della persona offesa, atto la cui penale rilevanza è stata esclusa, perchè la donna non ha saputo precisare se si fosse trattato di un atto volontario o di un gesto casuale mentre tentava di afferrarla, ma che, in ogni caso, è un elemento che contribuisce a connotare come sessuale l’aggressione posta in essere dal K. in danno della B..

Di conseguenza, sulla scorta di tale accertamento di fatto, i giudici di merito hanno correttamente ritenuto integrato il tentativo di violenza sessuale, anzichè l’ipotesi di violenza privata, in quanto l’attività posta in essere dall’imputato era diretta in modo non equivoco a baciare sulla bocca la donna, contro la volontà di costei.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 29 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 2 ottobre 2018.

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Divorzio: le Sezioni Unite risolvono il contrasto giurisprudenziale in materia di assegno.

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 18287/2018 appena depositata hanno risolto il contrasto giurisprudenziale creatosi dopo la nota sentenza Grilli (la n. 11504) affermando il principio per cui l’assegno di divorzio ha una funzione assistenziale, compensativa e perequativa. 

Photo credit: TheDyslexicBook.com

COMUNICATO STAMPA

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, con la sentenza n. 18287, depositata in data odierna, hanno stabilito che all’assegno di divorzio deve attribuirsi una funzione assistenziale e, in pari misura, compensativa e perequativa.
Precisa la sentenza che, ai fini del riconoscimento dell’assegno, si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge  richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo.
La sentenza sottolinea infine che il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale.
Roma, 11 luglio 2018
L’Ufficio stampa

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La breve durata del matrimonio non esclude il diritto all’assegno nella separazione.

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La limitata durata della convivenza tra i coniugi (circa un anno) non costituisce un elemento che possa indurre ad escludere il diritto all’assegno di mantenimento, sul rilievo che la durata del matrimonio non è un fattore della relativa attribuzione

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 25644/15, proposto da:

P.A., elett.te domic. in Roma, presso la cancelleria della Suprema Corte, rappres. e difeso dall’avv. Gianni Pica, con procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

C.S., ammessa al gratuito patrocinio, elett.te domic. in Roma alla via Pescara n. 2, presso l’avv. Simona Censi che la rappres. e difende, con procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 592/2015 emesso dalla Corte d’appello di Bari, depositata il 14.4.2015;

udita la relazione del Consigliere, Dott. Rosario Caiazzo, nella camera di consiglio del 15 febbraio 2018.

Svolgimento del processo

C.S. convenne in giudizio il coniuge P.A. per la separazione coniugale; il convenuto si  costituì proponendo domanda riconvenzionale, chiedendo l’accertamento della nullità del matrimonio per vizio del consenso e, in subordine, la pronuncia di separazione con addebito alla ricorrente.

Con sentenza non definitiva, il Tribunale pronunciò la separazione coniugale, dichiarando il convenuto decaduto dall’azione d’annullamento; proseguito il giudizio, con successiva sentenza il Tribunale rigettò le altre domande della ricorrente, revocando i provvedimenti presidenziali urgenti emessi.

La Corte d’appello respinse l’appello con sentenza impugnata dalla C. con ricorso per cassazione, affidato ad un unico motivo con cui fu denunziata la violazione dell’art. 156 c.c., per l’erronea valutazione delle prove acquisite e la contraddittorietà della motivazione relativa al diniego dell’assegno di mantenimento.

La Corte di Cassazione accolse il ricorso, in quanto la Corte di merito non aveva considerato la situazione reddituale e patrimoniale del P., rilevando che l’assegno al coniuge va commisurato al mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e che, in mancanza di prove, l’indice di tale tenore può essere costituito dall’attuale divario reddituale e, in generale, dalla diversa posizione economica dei coniugi.

Rinviato il giudizio alla Corte d’appello, quest’ultima ha emesso sentenza determinando nella somma di Euro 250,00 mensili l’assegno di mantenimento a favore di C.S., parametrato all’importo dell’assegno divorzile. Il P. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo.

Resiste la C. con controricorso. Il ricorrente ha altresì depositato memoria, producendo documentazione.

Motivi della decisione

Con l’unico motivo di ricorso P.A. ha denunziato la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, con riferimento all’art. 384 c.p.c. e agli artt. 156 e 143, c.c., avendo la Corte d’appello posto a suo carico l’assegno mensile di Euro 250,00 non considerando la limitata durata del matrimonio, nel corso del quale non si era consolidata una comunione materiale e spirituale e non era emerso un effettivo tenore di vita comune tra i coniugi.

Il motivo di ricorso è infondato.

La Corte d’appello ha liquidato l’assegno di mantenimento in applicazione del principio stabilito dalla Suprema Corte, cassando la precedente sentenza d’appello, secondo cui l’assegno era da commisurare al mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio il cui indice, in mancanza di prove, era costituito dall’attuale divario reddituale e, in generale, dalla diversa posizione economica dei coniugi.

Pertanto, il giudice d’appello correttamente ha accertato il diritto della C. a ricevere l’assegno di mantenimento da parte del P., data la sproporzione reddituale tra i coniugi.

Quanto all’incidenza della scarsa durata della convivenza (circa un anno), come rilevato dalla Corte di merito, essa non costituisce un elemento che possa indurre ad escludere il diritto all’assegno di mantenimento, peraltro sul rilievo che la durata del matrimonio non è un fattore della relativa attribuzione.

D’altra parte, si rivela irrilevante la sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio non delibata (prodotta con la memoria difensiva) che ha pronunciato solo sui presupposti della valida insorgenza del vincolo religioso. Inoltre, va rilevato che la liquidazione dell’assegno divorzile, nel giudizio di cessazione degli effetti civili del matrimonio, non esclude l’interesse ad agire della C., considerata la diversa efficacia. temporale dei provvedimenti sui due assegni.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condannando la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio che liquida nella somma di Euro 4500,00 per compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi e la maggiorazione del 15% per rimborso forfettario delle spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in caso di diffusione della presente sentenza, si devono omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 febbraio 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 giugno 2018

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E’ stalking e non molestia se il reato causa l’alterazione delle proprie abitudini di vita o un perdurante e grave stato di ansia o di paura.

Cass. pen. Sez. V, 23-01-2018, n. 8744

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva. La prova dello stato di ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUMO Maurizio – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto L. – rel. Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.S., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 31/03/2017 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere UMBERTO LUIGI SCOTTI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. LIGNOLA Ferdinando, che ha concluso per l’inammissibilità.

Svolgimento del processo

1. La Corte di appello di Milano con sentenza del 31/3-12/4/2017, in riforma della sentenza assolutoria del Tribunale di Milano del 2/7/2013, appellata dalla parte civile costituita G.M.D., ha ritenuto la responsabilità dell’imputato C.S. ai soli effetti civili per il delitto di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., e lo ha perciò condannato al risarcimento dei danni in favore della predetta parte civile, liquidati in via equitativa nella misura di Euro 2.500,00=, oltre alle spese processuali.

2. Ha proposto ricorso l’avv. Piero Cesare Iametti, difensore di fiducia dell’imputato, svolgendo due motivi.

2.1. Con il primo motivo proposto eart. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

La Corte di appello aveva però motivato in modo gravemente lacunoso, non contestualizzando la vicenda e non tenendo conto dei comportamenti della stessa sig.ra G. che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura.

La G. aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni, aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco (doc. 2 prodotto il 10/2/2017) e aveva asserito che il C. potesse essere entrato nella sua casella di posta elettronica.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

2.2. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, con riferimento al requisito dell’evento di danno del reato di atti persecutori, colto dalla Corte territoriale nel grave stato di ansia e paura desumibile dal comportamento della vittima in conseguenza degli atteggiamenti del C..

1.1. Secondo il ricorrente, la motivazione adottata dalla Corte di appello era gravemente lacunosa, non contestualizzava la vicenda e non teneva conto dei comportamenti della stessa persona offesa che rispondeva ai messaggi e alle chiamate (ancora a gennaio 2010), mostrava un atteggiamento conciliante e impediva la rottura radicale del rapporto, sintomo questo di mancanza di ansia e paura. La persona offesa, inoltre, aveva ammesso di non aver mai interrotto le comunicazioni ed aveva inviato un messaggio particolarmente equivoco.

La valutazione circa la sussistenza dello stato di ansia e paura doveva essere condotta in modo rigoroso, tenendo anche conto dello sviluppo delle condotte del C. totalmente esente da atteggiamenti aggressivi, violenti o minacciosi, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata.

1.2. Le doglianze del ricorrente circa la ricostruzione del fatto accolta in sentenza risultano generiche, prive di puntuale correlazione con specifiche evidenze probatorie e mirano a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto motivatamente ricostruito dal Giudice del merito.

Così argomentando, il ricorrente mira a sollecitare inammissibilmente dalla Corte di Cassazione una non consentita rivalutazione del fatto storico motivatamente ricostruito dal Giudice del merito, senza transitare, come impone l’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), attraverso la dimostrazione di vizi logici intrinseci della motivazione (mancanza, contraddittorietà, illogicità manifesta) o denunciarne in modo puntuale e specifico la contraddittorietà estrinseca con “altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di gravame”.

1.3. In particolare, la Corte territoriale, dopo aver premesso che i fatti storici non erano sostanzialmente contestati e dopo aver valutato specificamente l’attitudine della persona offesa, giudicandola pacata, obiettiva, priva di intenti ritorsivi, ha superato le obiezioni del ricorrente, che aveva inteso ricondurre la dinamica della relazione alla normale vicenda altalenante di un rapporto sentimentale che la stessa G.D. non mancava di alimentare, ragionando sotto due diverse angolazioni di valutazione del materiale probatorio acquisito.

Da un lato, la Corte di appello ha attribuito sintomatico rilievo all’entità delle reazioni della persona offesa che non erano proporzionate rispetto alla lettura riduttiva dell’entità e degli effetti delle sue condotte tratteggiata dal C.; la Corte territoriale ha rilevato, a tal proposito, che la G.D. si era rivolta prima alla polizia e poi, su consiglio dei funzionari, alle suore che la ospitavano perchè convocassero il C. e intervenissero suasivamente nei suoi confronti, e quindi, solo dopo questi più blandi e dialoganti approcci, si era risolta a proporre ben quattro querele in sette mesi (18 gennaio, 7 marzo, 6 e 31 luglio 2010), man mano che si aggravavano le condotte dell’imputato.

Dall’altro lato, la Corte territoriale ha sottolineato i ripetuti tentativi della persona offesa di sottolineare la chiusura della relazione sentimentale e di ricondurre a una relazione di civile convivenza fra ex fidanzati il rapporto con l’imputato, che invece a tutti i costi intendeva sposarla e avere un figlio da lei, spingendosi sino a recarsi a (OMISSIS) per incontrarne i genitori.

G.M.D. non ha negato di aver continuato a rispondere alle telefonate e ai messaggi dell’uomo proprio con questo intento.

Il messaggio del 30/9/2009, peraltro parecchio precedente alle denunce, presenta effettivamente aspetti di ambiguità comunicativa con il suo incipit “ti amo ti odio ti voglio” (che trasmette comunque un segnale di disorientamento, evocando il celeberrimo verso catulliano “odi et amo”), ma al contempo manifesta in modo evidente un sentimento di confusione, incomprensione e disagio, per chiudersi comunque con un inequivocabile “adios”.

In ogni caso la Corte territoriale ha comunque ravvisato una evidente volontà della donna di interrompere la relazione, accompagnata da ripetuti cambi di account e dal cambio di abitazione.

La Corte territoriale ha colto nell’accertata materialità delle condotte del C. una carica ansiogena non dubitabile, ben capace di produrre conseguenze sull’equilibrio psico-fisico di una persona media, tenendo anche conto del fatto che la giovane persona offesa viveva sola in un Paese straniero.

L’evento del fondato timore previsto dalla norma incriminatrice è stato quindi ricavato dalla valutazione congiunta delle potenzialità lesive oggettive della condotta, dalle attendibili dichiarazioni della persona offesa e dai suoi comportamenti concreti attuati per sfuggire alle molestie come le denunce, le querele, le richieste di aiuto, i cambi di account, il cambio di abitazione (elemento questo che presenterebbe rilevanza anche nella diversa prospettiva dell’alterazione delle abitudini di vita).

Il delitto di atti persecutori è reato abituale che differisce dai reati di molestie e di minacce, che pure ne possono rappresentare un elemento costitutivo, per la produzione di un evento di danno consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, o, in alternativa, di un evento di pericolo, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva (Sez. 3, n. 9222 del 16/01/2015, P.C. in proc.G., Rv. 262517).

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di atti persecutori, la prova dell’evento del delitto in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 5, n. 14391 del 28/02/2012, S., Rv. 252314); inoltre la prova dello stato d’ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall’agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante (Sez. 5, n. 24135 del 09/05/2012, G., Rv. 253764).

3. Con il secondo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), il ricorrente lamenta inosservanza o erronea applicazione della legge penale in riferimento al risarcimento del danno, poichè la Corte di appello aveva omesso di accertare la sussistenza effettiva del pregiudizio subito dalla persona offesa e individuare le ripercussioni negative sul valore della persona concretamente verificatesi, prima di procedere alla loro liquidazione equitativa.

La Corte ha ritenuto di poter liquidare il solo danno morale, esclusa esplicitamente ogni voce di danno patrimoniale ma anche ogni altra possibile sottovoce del danno non patrimoniale (danno biologico, danno alla vita di relazione…), secondo la consolidata ricostruzione dogmatica che si riconduce alle “sentenze gemelle” dell’11 novembre 2008 (n. 26972-26975) delle Sezioni Unite civili.

E’ stato così liquidato in via necessariamente equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c., il danno consistente nella sofferenza morale conseguente al fatto di reato, tenendo conto, come elemento di temperamento in favore dell’imputato, dell’assenza di connotati di aggressività verbale o fisica dei suoi atti di molestia, e comunque della durata delle condotte nel tempo.

Tale valutazione equitativa, priva di ogni elemento contraddittorio o illogico, sfugge al sindacato di legittimità.

4. Il ricorso va quindi rigettato con la conseguente condanna del ricorrente ai sensi dell’art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

5. La natura del reato impone di ordinare, in caso di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 23 gennaio 2018.

Depositato in Cancelleria il 22 febbraio 2018

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Cos’è la riabilitazione?

 

L’istituto della riabilitazione è disciplinato dagli artt. 178 e seguenti del codice penale.

Si tratta di una procedura che consente a chi sia stato condannato con sentenza passata in giudicato o con decreto penale di condanna non opposto di ottenere l’estinzione delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna stessa ed è annotata sul certificato penale a cura della cancelleria del giudice che l’ha emessa.

La riabilitazione presuppone quindi che ci sia già stata una condanna definitiva e che la pena sia stata eseguita o sia sia estinta.

A norma dell’art. 179 del codice penale, la riabilitazione viene concessa se sono decorsi almeno tre anni dal giorno in cui la pena è stata eseguita o si sia in altro modo estinta e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Il termine è di almeno otto anni se si tratta di reati commessi da recidivi, così come previsto dall’art. 99 del codice penale, e di dieci anni  se si è in presenza di delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

La sentenza di riabilitazione può anche essere revocata di diritto se la persona riabilitata commette entro 7 anni un delitto non colposo per il quale sia inflitta la pena della reclusione per un tempo non inferiore a due anni o pena più grave.

La riabilitazione non può essere concessa se il condannato:

– sia stato sottoposto a misura di sicurezza, tranne che si tratti di espulsione dello straniero dallo stato ovvero di confisca, e il provvedimento non sia stato revocato

– non abbia adempiuto le obbligazioni civili derivanti dal reato, salvo che dimostri di trovarsi nell’impossibilita di adempierle.

Secondo la Corte di Cassazione non è sufficiente la mera astensione dal compimento di fatti costituenti reato, ma deve essere mantenuto “uno stile di vita improntato all’osservanza delle norme di comportamento comunemente osservate dai consociati e poste alla base di ogni proficua e ordinata convivenza sociale, anche laddove le medesime non abbiano rilevanza penale e non siano quindi penalmente sanzionate.

Se la richiesta, che deve essere presentata al Tribunale di Sorveglianza, viene respinta per difetto del requisito della buona condotta, essa non può essere riproposta prima che siano decorsi due anni dal giorno in cui e divenuto irrevocabile il provvedimento di rigetto.

Il richiedente deve dimostrare di aver risarcito il danno.

Deve inoltre risultare adempiuto l’eventuale obbligo civile derivante dal reato.

La procedura per richiedere la riabilitazione è  esente da spese, bolli e diritti ed è ammesso anche il patrocinio a spese dello stato per tutti coloro che possiedano i requisiti reddituali  e i requisiti soggettivi previsti dalla normativa in materia di spese di giustizia (DPR 115/2002).

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Escluso il risarcimento al pedone disattento che inciampa nel marciapiede.

 
In tema di responsabilità per custodia, il danneggiato per ottenere il risarcimento deve dimostrare l’esistenza del nesso causale, ovvero che l’evento lesivo si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, della cosa, mentre il custode, per sottrarsi alla sua responsabilità deve dimostrare che il danno che si è verificato non si pone in rapporto di causalità con le condizioni del bene in custodia, atteso che un fatto dello stesso danneggiato o anche esterno, è intervenuto interrompendo il nesso causale. (Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 08/11/2017) 09-05-2018, n. 11024)
 
 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. DE STEFANO Franco – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26715-2016 proposto da:

S.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE SAN SAVINO, 15, presso lo studio dell’avvocato A. C., rappresentata e difesa dall’avvocato D. B.;

– ricorrente –

contro

COMUNE di MILANO, in persona del Sindaco, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CAIO MARIO 27, presso lo studio dell’avvocato F. A. M., che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato R. S.;

– contro ricorrente –

avverso la sentenza n. 3794/2016 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 12/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata dell’08/11/2017 dal Consigliere Dott. LINA RUBINO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

S.R. conveniva in giudizio il Comune di Milano, assumendo di aver subito un danno a seguito di una caduta per la presenza di un’anomalia non segnalata sulla pavimentazione di un percorso pedonale pubblico. In particolare, la caduta si era verificata all’uscita di una scuola di ballo, ove la S. aveva inciampato a causa delle mattonelle divelte ivi esistenti sul marciapiede, in un tratto non idoneamente illuminato, in quanto l’unico lampione esistente era coperto dalle fronde.

Il Tribunale di Milano condannava il Comune al risarcimento del danno, mentre la corte d’appello, con la sentenza n.3794/2016 qui impugnata, depositata il 12 ottobre 2016, accogliendo l’appello del Comune rigettava la domanda risarcitoria della S., ritenendo che la caduta fosse addebitabile esclusivamente a responsabilità della infortunata, atteso che il leggero dislivello tra le mattonelle, costituite non da una pavimentazione compatta e legata da un materiale, ma da lastre di calcestruzzo appoggiate sul terreno, era caratteristico del tipo di pavimentazione, e che non si trattasse di situazione di per sè idonea a cagionare, per il suo proprio dinamismo, la caduta di un passante normalmente attento, atteso che il preteso ostacolo era facilmente evitabile e comunque agevolmente superabile con l’ordinaria attenzione esigibile da qualsiasi utente.

La sentenza torna sul concetto di insidia, affermando che la danneggiata conosceva bene la strada, che era l’unica percorribile per uscire dalla scuola che frequentava abitualmente, e che quindi la disconnessione non costituiva una insidia, nel senso che non era nè imprevedibile nè inevitabile.

La S. propone due motivi di ricorso per cassazione, con il primo dei quali denuncia la violazione dell’art. 2051 c.c., con il secondo la violazione dell’art. 1227 c.c..

Il Comune di Milano ha depositato controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 376, 380 bis e 375 c.p.c., su proposta del relatore, in quanto ritenuto manifestamente infondato.

Il Collegio, all’esito della camera di consiglio, ritiene di condividere la soluzione proposta dal relatore.

La sentenza impugnata appare resistere alle critiche mossele, non riscontrandosi una violazione delle norme citate: la corte, dopo aver accertato che nessuno assistette direttamente alla caduta, che la pavimentazione del vialetto era costituita da lastre appoggiate sul terreno, per loro natura non saldate e di conseguenza in taluni punti non perfettamente allineate, e che il percorso era noto alla ricorrente in quanto costituiva l’unica strada di percorrenza per l’uscita dalla scuola di ballo da lei abitualmente frequentata, ha attribuito – con accertamento in fatto non in questa sede rinnovabile – la responsabilità della caduta esclusivamente alla disattenzione della ricorrente, con esclusione quindi dell’esistenza di un nesso causale tra lo stato dei luoghi, dovuto a carente esercizio dell’obbligo di custodia da parte del Comune, e la caduta. Nel far ciò si è conformata ai principi di diritto in tema di responsabilità per custodia seguiti da questa Corte, in base ai quali il danneggiato è tenuto a dimostrare l’esistenza del nesso causale, ovvero che l’evento lesivo si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, della cosa, mentre il custode, per sottrarsi alla sua responsabilità (ricondotta alla categoria della responsabilità oggettiva nell’orientamento attualmente assolutamente prevalente di questa Corte di legittimità) deve dimostrare che il danno che si è verificato non si pone in rapporto di causalità con le condizioni del bene in custodia, atteso che un fatto dello stesso danneggiato o anche esterno, è intervenuto interrompendo il nesso causale.

La motivazione della corte d’appello è in piena armonia con la giurisprudenza di questa Corte, la quale ha affermato che l’applicazione delle regole di cui all’art. 2051 c.c. presuppone sempre che il danneggiato dimostri il fatto dannoso ed il nesso di causalità tra la cosa in custodia ed il danno e che, ove la cosa in custodia sia di per sè statica e inerte, il danneggiato è tenuto a dimostrare altresì che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno (sentenza 5 febbraio 2013, n. 2660). E’ stato poi riconosciuto che, ai fini di cui all’art. 2051 c.c., il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo del danneggiato (v. da ultimo le sentenze 18 settembre 2015, n. 18317, e 22 giugno 2016, n. 12895).E’ appena il caso di ricordare, inoltre, che la più recente giurisprudenza di questa Corte è andata ponendo in evidenza, sul punto in questione, due aspetti di fondamentale importanza: da un lato il concetto di prevedibilità dell’evento dannoso e dall’altro quello del dovere di cautela da parte del soggetto che entra in contatto con la cosa. Questa Corte ha definito il concetto di prevedibilità come concreta possibilità per l’utente danneggiato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la situazione di pericolo ed ha evidenziato che, ove tale pericolo sia visibile, si richiede dal soggetto che entra in contatto con la cosa un grado maggiore di attenzione, proprio perchè la situazione di rischio è percepibile con l’ordinaria diligenza (v. le sentenze 22 ottobre 2013, n. 23919, e 20 gennaio 2014, n. 999, nonchè le ordinanze 9 marzo 2015, n. 4661, e 6 luglio 2015, n. 13930).

Il bilanciamento tra l’obbligo di custodia e l’obbligo di prudenza comunque esistente in capo al fruitore della cosa è stato di recente puntualizzato da questa Corte nei termini che seguono (proprio in riferimento ad una fattispecie che traeva origine da una caduta accidentale su un marciapiede sconnesso e coperto di foglie): in tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., è onere del danneggiato provare il fatto dannoso ed il nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno e, ove la prima sia inerte e priva di intrinseca pericolosità, dimostrare, altresì, che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il verificarsi del secondo, nonchè di aver tenuto un comportamento di cautela correlato alla situazione di rischio percepibile con l’ordinaria diligenza, atteso che il caso fortuito può essere integrato anche dal fatto colposo dello stesso danneggiato. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto eziologiamente riconducibili alla condotta del ricorrente i danni da quest’ultimo sofferti a seguito di una caduta su un marciapiede sconnesso e reso scivoloso da un manto di foglie, posto che l’incidente era accaduto in pieno giorno, le condizioni di dissesto del marciapiede erano a lui note, abitando nelle vicinanze, e la idoneità dello strato di foglie a provocare una caduta era facilmente percepibile, circostanza che avrebbe dovuto indurlo ad astenersi dal transitare per quel tratto di strada) (Cass. n. 11526 del 2017).

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Atteso che il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, ed in ragione della soccombenza della ricorrente, la Corte, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Pone a carico della ricorrente le spese sostenute dal controricorrente e le liquida in Euro 2.000,00 per compensi, oltre Euro 200,00 per esborsi, contributo spese generali e accessori.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Corte di cassazione, il 8 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2018

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Ho un procedimento penale in corso. Posso recarmi all’estero?

Scusi avvocato, visto il procedimento penale in corso posso andare all’estero per le vacanze?

Spesso ci viene posta questa domanda a cui tentiamo qui di rispondere.

In linea generale ogni cittadino e’ libero, salvi gli obblighi di legge, di uscire dal territorio della Repubblica, valendosi di passaporto o di documento equipollente ai sensi delle disposizioni in vigore, e di rientrarvi.

Il passaporto e’ valido per tutti i Paesi i cui Governi sono riconosciuti dal Governo italiano.

Non possono, a norma della L. 1185/1967,  ottenere il passaporto:

a) coloro che, essendo a norma di legge sottoposti alla potesta’ tutoria, siano privi dell’assenso della persona che la esercita e, nel caso di affidamento a persona diversa, dell’assenso anche di questa; o, in difetto, dell’autorizzazione del giudice tutelare;

b) i genitori che, avendo figli minorenni, non ottengano l’autorizzazione del giudice tutelare; l’autorizzazione non e’ necessaria quando il richiedente abbia l’assenso dell’altro genitore, o quando sia titolare esclusivo della responsabilita’ genitoriale sul figlio;

c) coloro che debbano espiare, e quindi siano stati condannati in via definitiva ad una pena restrittiva della liberta’ personale o soddisfare una multa o ammenda, salvo per questi ultimi il nulla osta dell’autorita’ che deve curare l’esecuzione della sentenza, sempreche’ la multa o l’ammenda non siano gia’ state convertite in pena restrittiva della liberta’ personale, o la loro conversione non importi una pena superiore a mesi 1 di reclusione o 2 di arresto;

d) coloro che siano sottoposti ad una misura di sicurezza detentiva ovvero ad una misura di prevenzione prevista dagli articoli 3 e seguenti della legge 27 dicembre 1956, n. 1423.

All’atto della presentazione della domanda per il rilascio del passaporto, l’interessato deve comprovare nei modi di legge la sua identita’, il possesso della cittadinanza italiana e lo stato di famiglia.

Deve inoltre dichiarare per iscritto se sia o meno sottoposto a procedimento penale.

A norma dell’art. 281 c.p.p. inoltre in pendenza di un procedimento penale può essere adottata la misura cautelare del divieto di espatrio in presenza dei requisiti previsti dagli artt. 273 e 274 c.p.p:

  1. gravi indizi di colpevolezza

  2. specifiche esigenze attinenti alle indagini

  3. pericolo di fuga

  4. pericolo che si commettano gravi reati con uso di armi o pericolo di reiterazione del reato.

 

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